R-esistiamo: storie di chi lotta contro il Covid

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Nel dicembre 2019, mentre eravamo alle prese con i festeggiamenti ed i buoni propositi per il nuovo anno, nessuno avrebbe mai immaginato quanto stava per accadere: un virus altamente contagioso e sconosciuto si stava diffondendo in una lontana città della Cina e avrebbe messo in ginocchio il sistema sanitario ed economico mondiale. In Italia tutto ebbe inizio nei primi giorni di febbraio 2020, con la comparsa dei primi casi di contagio che sarebbero aumentati in maniera esponenziale nelle settimane successive. Da allora si sono susseguite tre diverse ondate: la prima (marzo-giugno 2020) nella quale si sono registrati circa 240 mila contagi e 34 mila decessi; la seconda, iniziata a settembre e finita a gennaio, ha visto un aumento considerevole dei contagi, (2,3 milioni circa), legato anche all’incremento del numero di tamponi effettuati, e circa 53 mila decessi; la terza ondata, tuttora in corso, ha registrato 1,6 milioni di contagi e 37 mila decessi, portando il numero totale, ad oggi, a circa 125 mila. In Emilia-Romagna il virus ha provocato 13 mila decessi e circa 382 mila positivi, con età media di 46 anni. Attualmente si contano 126 pazienti ricoverati in terapia intensiva, su un totale di posti letto disponibili pari a 760, con un’occupazione del 17% circa (dato aggiornato al 23 maggio 2021); i ricoveri con sintomi sono invece 791. La cartina sotto riportata mostra quest’ultimo dato per regione. Riportiamo di seguito le toccanti testimonianze di alcuni operatori sanitari e socioassistenziali raccolte allo scopo di dar voce alle esperienze di vita, sia personali che professionali, di coloro che hanno svolto il loro lavoro di assistenza con impegno e abnegazione, soffermandoci sui risvolti emotivi e psicologici legati ai momenti più critici della pandemia. Tra le tematiche di tipo relazionali con i pazienti più a rischio, emergono sensazioni di distacco e alienazione: come racconta G., infermiere che presta servizio al Policlinico di Modena, struttura di Medicina interna ed Area Critica, «la distanza avvertita era dovuta soprattutto alle barriere fisiche rappresentate dai dispositivi di protezione individuale (DPI), per evitare i contatti stretti e l’esposizione alle goccioline droplets», aggiungendo che «il rapporto con i pazienti spesso è stato assente, perché non si aveva il tempo di conoscerli»; oppure, come spiega S. Tubertini, infermiera del Pronto Soccorso presso l’Ospedale Don G. Dossetti di Bazzano, «si avverte un senso di dolore per la solitudine che questi pazienti devono affrontare lontani dagli affetti. Noi facciamo il possibile per tranquillizzarli, ma la gestione del distacco dai propri cari è la parte più straziante e difficile da fronteggiare». Sono entrambi concordi nell’aver avvertito in quei momenti un senso di impotenza e nell’essere ad oggi più consapevoli della fugacità della vita; l’infermiere G. riferisce che questa esperienza gli ha insegnato a «non sentirsi mai certi del futuro, perché potrebbe accadere l’inimmaginabile», mentre l’infermiera Tubertini si sente «più cosciente dell’importanza che rivestono le persone a noi care, basta un attimo e potrebbero non esserci più»; inoltre, di questa terribile esperienza, ricorda delle difficoltà nel rassicurare i pazienti, vivendo in una situazione di assoluta apprensione. Riportiamo una testimonianza della dott.ssa V. Solovei, responsabile delle attività assistenziali in una CRA di Bologna, la quale racconta con commozione la sua esperienza. «Non abbiamo gestito i pazienti in acutizzazione che hanno contratto il virus, non avevamo le risorse necessarie. Il primo caso si è presentato a fine marzo dell’anno scorso. Secondo il protocollo vigente si è proceduto all’isolamento del paziente perché i tamponi non si eseguivano nelle strutture assistenziali. Il giorno seguente l’assistita si è aggravata e si è reso necessario il ricovero. Non abbiamo seguito il decorso della malattia, non è più tornata…è deceduta dopo pochi giorni. In concomitanza si è verificato un alto tasso di assenteismo da parte degli operatori, dovuto alla crescente paura. Il periodo successivo è stato di assoluta confusione: dalla riapertura delle strutture per le visite, alla chiusura il giorno seguente, dalle videochiamate soltanto, alle visite sorvegliate di 15 minuti solo all’aperto. Cominciavamo ad abituarci ai cambiamenti giornalieri. Molto difficile invece spiegare ad un anziano perché potesse vedere noi e non i propri figli e/o nipoti. Eravamo rimasti l’unico collegamento con il mondo esterno ed avevano cominciato a riconoscerci dalla voce, dalla corporatura. Ogni tanto vedevamo anche le classiche rughe intorno agli occhi che caratterizzano un sorriso, unici e rari i momenti di una risata. Purtroppo, il giorno di Natale molti hanno cominciato ad avere un po’ di febbricola e quasi la metà tra ospiti e operatori è risultata positiva al tampone. Da quel momento le poche certezze che avevano i nostri assistiti sono svanite ed è stato necessario ricorrere alle agenzie interinali per superare la carenza di personale. Gli ospiti, isolati nelle loro stanze, non sapevano più riconoscere chi li stesse aiutando, chi li imboccasse. Per più di un mese non si sono viste più le rughe intorno agli occhi. Ciò che ricordo con maggior chiarezza e che sento di voler esprimere su quest’esperienza, riguarda il fatto di non essere stati preoccupati per noi stessi, perché pensavamo a darci forza, essere uniti, perché i nostri anziani avevano solo noi. Dovevamo farcela e ce l’abbiamo fatta! Oggi, finalmente, dopo tante giornate grigie, ogni tanto si sente qualche risata e si riescono a vedere le tanto attese rughette intorno a quegli occhi speranzosi che illuminano le nostre giornate». A. Genova, C. Maestri, D. Feggi, T. Iseppi, D. Ben Salah, F. Muscaritolo, H. Bel Hadj, R. Morandi (classe IB – scuola ’Falcone Borsellino’ di Piumazzo)