La Chiesa guarda alle questioni sociali

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La Chiesa Cattolica, guidata da Leone XIII, centotrenta anni fa, il 15 maggio 1891, con l’enciclica Rerum Novarum, per la prima volta si interessava ai problemi sociali del mondo contemporaneo, inaugurando così la dottrina sociale della Chiesa. Così abbiamo appreso, studiando quest’anno la storia di fine Ottocento e il Novecento. La posizione difensiva e di condanna che il papato mantenne nei confronti dell’Illuminismo, del Socialismo, dei nuovi Stati liberali che archiviavano la lunghissima stagione dell’alleanza tra trono e altare (ricordiamo la traumatica presa di Roma da parte dei Savoia), con l’enciclica Rerum Novarum cambiò in un atteggiamento di conoscenza della realtà dei tempi, in particolare delle classi meno abbienti. Tutto questo porterà ad un’azione sociale e politica del movimento cattolico a beneficio degli operai e dei poveri in generale. L’enciclica, di fronte all’emergere della questione operaia, non propose una propria dottrina e neppure una nuova visione della società: i richiami di Leone XIII alla benevolenza dei ricchi verso i poveri e alla collaborazione tra classi sociali volevano migliorare il tessuto sociale, che era stato stravolto dall’ultima rivoluzione industriale che, a sua volta, aveva creato problemi di criminalità e disagio estremo. Tuttavia la condanna al socialismo e l’affermazione dell’ineluttabilità delle disuguaglianze furono accompagnati dalla necessità del diritto dei lavoratori a ricevere un salario, che garantisse loro condizioni di vita dignitose (la ‘giusta mercede’, secondo il papa). Si doveva evitare che il lavoro dell’uomo potesse essere regolato dalle leggi del mercato come se fosse un bene qualsiasi. Si sanciva il diritto dei lavoratori ad associarsi per tutelarsi meglio. L’enciclica affermò anche la necessità dell’intervento dello Stato in materia economica, per bilanciare le esigenze dei capitalisti e del proletariato (i capitalisti erano i proprietari delle fabbriche e delle aziende agricole, mentre i proletari erano i braccianti agricoli e operai che non possedevano altro che i figli e un magro stipendio). Per il Papa, lo Stato doveva essere uno strumento per la tutela degli interessi del monarca, attraverso la promozione del bene comune. Se avessimo vissuto in quel periodo, avremmo notato una rottura rispetto al passato ossia avremmo assistito ad una nuova stagione del movimento cattolico, che potremmo definire progressista. L’enciclica ispirò la nascita di leghe operaie e sindacati, di cooperative e persino di banche d’ispirazione cattolica. Tutte queste novità crearono un cattolicesimo sociale e politico, che voleva dimenticare il famoso «Non expedit»: bolla che vietava ai cattolici di occuparsi di politica, quando i Savoia si impossessarono della Stato della Chiesa. L’attenzione di Leone XIII per ‘le cose nuove’ (traduzione del nome dell’enciclica, dal latino) sarà importante per la nascita della dottrina sociale della Chiesa, che in futuro si preoccuperà anche delle condizioni dell’uomo. Classe III A