«Una vita da allenatore, la passione è tutto»

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Coach Riccardo Trillini, ci parli un po’ di sé, del suo incarico. «Alleno e sono il responsabile di tutte le Nazionali maschili di pallamano, pure quelle giovanili. Questo prevede il monitoraggio dei ragazzi, del loro comportamento, della loro motivazione, del profitto scolastico. Inoltre seguo da vicino gli allenatori di tutte le squadre». Come è nata la sua passione per la pallamano? «Da ragazzo giocavo a calcio, ero un portiere della Cingolana e allenatore della squadra juniores. Ho fondato anche la scuola calcio ’San Francesco’. Studiavo all’Isef di Urbino e volevo diventare un insegnante. Poi, per caso, mi è arrivata la proposta di Luigino Quaresima, allora presidente della Polisportiva Cingoli, di allenare una squadra di pallamano composta da ragazzine di 14-15 anni. Non sapevo nulla di questa disciplina, ho cominciato a studiare come un pazzo. La passione è venuta gradualmente. Sono uno dei pochi allenatori che non ha praticato lo sport che insegna, ma posso anche dire di essere la persona più fortunata al mondo perché vengo pagato per fare ciò che mi piace». Da studente, ha trovato difficile conciliare sport e studio? «Sì, ma questa cosa mi ha fortificato. Lo sport ci può insegnare a organizzare il tempo. Bisogna dare un ordine alle priorità e fare sacrifici. La soluzione non è abbandonare l’impegno né tralasciare la scuola, perché studiare bene è fondamentale per la vita. Penso all’importanza di sapere le lingue, alla capacità di esprimersi in italiano perfetto, alla conoscenza della matematica e delle nuove tecnologie: fattori essenziali anche nel mio lavoro». Preferisce giocare o allenare? «Giocare è molto meglio, per potersi divertire, vivere il gruppo ed esprimersi appieno. Da selezionatore e allenatore ho grandi responsabilità: l’aspetto decisionale è la parte più complessa del mio mestiere». Da cosa deve essere guidato un allenatore per poter svolgere bene il suo ruolo? «Dall’amore, dalla passione per il suo lavoro che rende tutto più facile. Non c’è una scuola per imparare ad essere giusti, bisogna essere onesti con se stessi e molto dipende dal carattere, dall’educazione e dal rispetto per gli altri, soprattutto verso i ragazzi più giovani e inesperti. Prima di tutto però devono esserci la competenza e la volontà di conoscere più cose possibili. Non bisogna essere superficiali». Fiducia con i giocatori e identità di squadra: è difficile costruirli? «L’identità di squadra – risponde il cingolano Trillini, 55 anni – è molto difficile perché i ragazzi provengono da almeno 15 squadre differenti, giocando in altri campionati e passando gran parte del loro tempo con compagni e allenatori diversi. Undici atleti della Nazionale azzurra giocano all’estero. Abbiamo anche pochissimo tempo per alzare il livello di intesa: riesco a vedere la mia squadra solo 40-50 giorni all’anno, non di più. La fiducia? Puoi conquistarla se vieni stimato. La simpatia non è sufficiente, neanche l’essere troppo autoritario. La stima è tutto, così come la preparazione». Come aiuta un atleta a diventare più sicuro o a credere in se stesso? «Cerco di fargli scoprire le sue qualità. Il giocatore deve credere nelle sue potenzialità. Così può iniziare ad autostimarsi e ad acquisire consapevolezza del proprio valore. Inoltre, bisogna far capire ai ragazzi che la fiducia non cresce solo con la vittoria, ma anche con altri risultati. Per favorire ciò, è necessario portare esempi concreti, far vedere filmati che mostrano aspetti positivi». Come gestisce un giocatore in disaccordo con lei? «Voglio capire prima di tutto se ha ragione. Se c’è disponibilità al dialogo, la gestione del giocatore è molto più facile: il disaccordo diventa consiglio e partecipazione. Sono molto aperto ai colloqui individuali, soprattutto per i più timidi che vogliono parlare con me direttamente. Alcuni non vengono a cercarmi: è in questo caso che l’allenatore deve rendersi ancora più disponibile. Magari a fine allenamento, tra uno scherzo e una pacca sulla spalla, speri che riesca a tirar fuori il suo disaccordo che altrimenti potrebbe manifestarsi in campo». Da giocatore ha mai avuto diverbi con l’allenatore? «Sì, sicuramente. Quando ero sia allenatore che giocatore ho iniziato a pensare sempre di più a cosa sarebbe stato necessario fare in quel momento. Giudicavo l’allenatore, ma non mi divertivo più. Quando giochi, invece, devi pensare solo a giocare, ad esprimerti al meglio. Altrimenti ti deconcentri e finisci per sbagliare anche le cose più semplici». Qual è il ricordo più bello legato alla pallamano? «Il ricordo di Cingoli porta con sé non solo il risultato sportivo ma anche l’affetto per delle ragazze che oggi hanno quasi la mia stessa età. Siamo cresciuti insieme a Cingoli: loro come giocatrici e donne, io come allenatore e uomo. Gli scudetti giovanili con Cingoli e la promozione fino alla serie A con la squadra femminile della Polisportiva sono forti legami affettivi. Come tecnico, il ricordo più bello è lo scudetto di Conversano, senza dimenticare quello conquistato poi in Lussemburgo con una società che non aveva vinto per 40 anni». Cosa conta di più in un giocatore? «Penso che valgano molto di più le doti mentali e caratteriali, perché, se un giocatore è perseverante e non si abbatte, le capacità fisiche si possono migliorare. Senza la tecnica, però, si può fare poco». Rispetto delle regole e adattamento sono qualità necessarie in un atleta? «Il rispetto delle regole è una necessità in tutti i campi, figuriamoci nel far funzionare un gruppo. L’adattamento agli altri è fondamentale in uno sport di squadra: l’io deve essere sempre relazionato agli altri». E la motivazione? «È sempre individuale, anche in uno sport collettivo, perché solo giocando sulla molla dell’interesse individuale la motivazione arriva a tutti gli altri. Quella di squadra parte sempre dalla motivazione individuale». Ritiene che lo sport possa aiutare i ragazzi anche in questa situazione di pandemia? «Nella pandemia dobbiamo accettare situazioni non piacevoli, che non ci spieghiamo, e questo succede anche nello sport, dove a volte l’arbitro non è giusto o sta sbagliando e il giocatore deve saperlo accettare. S’impara quindi a rispettare i ruoli. Vedo molto più avvantaggiato ad affrontare la vita un ragazzo che fa sport rispetto a chi non lo fa. Lo sport individuale richiede di essere ancora più forti nelle situazioni di difficoltà. Io consiglio di farne due: uno individuale e uno collettivo». La pallamano ha il giusto rilievo nel mondo sportivo? «No, ed è una grande ingiustizia. C’è un’ingiustizia di base: non viene proposto dalle televisioni. Per poter apprezzare uno sport, bisogna conoscerlo e i mass media devono dare la possibilità di far conoscere tutte le discipline. Alle finali di Champions League assistono 22mila spettatori: allora ci si rende conto che la pallamano è bella e mi fa rabbia che altri non la conoscano». Gli alunni della 2ª D © RIPRODUZIONE RISERVATA