«Anche noi abbiamo fatto un giornalino»

Per leggere la pagina clicca qui

di Elide Giordani «Abbiamo deciso di fare un giornale». Un’impresa che sa di sfida in tempi di editoria in affanno. Se poi ad enunciare l’opera è una dozzina di bambini dai 10 e i 4 anni c’è da trasecolare. Un giornale? «Vabbè, un giornalino, lo scriviamo tutto noi a mano con i pennarelli, lo facciamo fotocopiare dalle nostre mamme e lo distribuiamo noi agli abitanti della via». Ecco cosa vuol dire avere le idee chiare: in un battibaleno si sono trovati redattori e poligrafici, e messe a punto stampa e diffusione. Perché un giornale vero è di carta, non viaggia su internet. Pare che sia cominciata così, senza tentennamenti, l’impresa messa a segno dai «bambini di via Uberti e via Sacchi», come si autodefinisce il dinamico comitato di redazione quando si fionda ad effettuare reportages bussando alle porte dei vicini. Peraltro tra la via Sacchi e la via Uberti, laddove le due strade s’incrociano a gomito nello scorcio a traffico limitato poco dentro le mura, sono pochi i residenti che non si sono accorti che da qualche tempo c’è un frullare di giochi e di voci infantili che si rincorrono che non si era più visto da tempi molto lontani. Se lo ricordano solo gli anziani che qui vivono da lunghi anni, che le due strade un tempo erano animata da decine di bambini che i genitori mandavano volentieri in strada a fare baccano piuttosto che tenerli a freno fra quattro mura. Oggi quegli stessi antichi abitanti si guardano in faccia sorpresi, c’è un’eco della loro infanzia in quel sonoro attivismo infantile. Ma i tempi soni cambiati, non si gioca più alla settimana o a far correre il cerchio. Si fanno giornali, pardon, «giornalini», e ci si lancia addirittura in un rap, aiutati da un papà con la chitarra. Quello sì, però, che viaggia sugli smatphone, e si condivide su WhatsApp. Un testo ritmato che parla di Kati, Olli, Bianca, Ikrame, Melak, Jacopo, Camilla, Franci, Leoardo, Nicola, Simone, che dicono, tra l’altro « ci senti urlare da lontano, teniamo i braccialetti in mano». Già, i braccialetti, perché in giornale che si rispetti ha anche un bilancio che, nel caso specifico, si ripiana con la vendita di braccialetti fatti con gli elastici. Ma veniamo al giornaletto. C’è una testata, molti disegni (uno in particolare mette in fila l’intera redazione, compresi i piccolissimi poco più che poppanti), qualche intervista e addirittura un’inchiesta: tutto tracciato con pennarelli, e matite a colori. Storie della via che non si perdono in bellurie letterarie ma vanno al sodo, interviste a «persone simpatiche», un’inchiesta sul bello e sul brutto di una via del centro storico stuzzicando i residenti a dire la loro, qualche scritto andando a ficcare il naso nelle poche botteghe rimaste (un pittore e un liutaio). Il tutto dispiegato in otto pagine coloratissime che riempiono di orgoglio e frenesia la bambine più grandicelle che hanno tenuta le fila dell’impresa. Non si sa al momento a quale periodicità è affidata l’uscita del «Giornalino di Via Uberti» anche perché la creatività abita qui e c’è un’altra impresa che richiede l’impegno di tutti: un meraviglioso arabesco di case tracciate con i gessetti colorati disegnati sulla riga pedonale della via. Viva i bambini di via Uberti e via Sacchi. E pazienza se fanno baccano.