Favelas e slums, la vita nella baraccopoli

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Secondo l’Onu, attualmente oltre 828 milioni di persone vivono in baraccopoli sparse un po’ in tutto il mondo. Hanno vari nomi, come le favelas brasiliane, gli slums africani e indiani, le township sudafricane. Esse costituiscono solo alcuni quartieri delle grandi metropoli dei paesi in via di sviluppo. Si tratta di insediamenti urbani densamente popolati, caratterizzati da condizioni di vita al di sotto degli standard di benessere e da edifici fatiscenti. La maggior parte delle baraccopoli non dispone di reti per la fornitura di acqua potabile e per lo smaltimento delle acque di scarico, di allacciamenti di energia elettrica, di servizi di pubblica sicurezza e di condizioni igienico-sanitarie soddisfacenti. Questi agglomerati sono presenti in moltissime città del Sud America: Buenos Aires, Santiago del Cile, Bogotá, La Paz ecc. e anche in alcune megalopoli dell’India e dell’Indocina. Sono città dove si passa senza soluzione di continuità dal ricco quartiere finanziario gremito di grattacieli moderni ai quartieri popolari delle periferie in espansione continua. A Buenos Aires una enorme baraccopoli, attraversata da un viadotto che collega l’aeroporto al centro, divide la città dal mare. Il governo per cercare di radere al suolo quel quartiere fece costruire dei condomini dotati di tutti i comfort nelle vicinanze nei quali voleva far trasferire gli abitanti della favela. Essi, però, entrarono nei nuovi edifici rubando tutto ciò che c’era dentro e portandolo nelle loro vecchie abitazioni. Molto diverse sono le baraccopoli africane, che presentano una struttura simile a quelle diffuse nei Caraibi e in Asia. Esse sono formate da edifici precari e fatiscenti costituiti da lamiera, legno e rifiuti a differenza di quelle sudamericane in mattoni, cemento e argilla. Spesso interi villaggi africani sono composti da rifiuti e lamiera, senza accesso ad acqua ed elettricità. Purtroppo i governi di quei paesi non stanno facendo nulla per migliorare le condizioni di vita della loro popolazione. Facciamo alcuni esempi: Petare, in Venezuela, a est della capitale Caracas, conta oggi più di 370mila abitanti ed è conosciuta per essere una delle zone più violente dell’America Latina. Alla periferia di Lagos, in Nigeria, invece, si trova lo slum di Makoko, conosciuto come la Venezia d’Africa: qui le persone vivono in palafitte e si spostano con canoe di legno tra i numerosi canali. La zona è soggetta, inoltre, a una sorta di autogoverno. Orangi Town, in Pakistan, conta 1,8 milioni di abitanti e possiede il titolo del più grande slum dell’Asia; qui circa l’80% dei residenti non ha lavoro fisso. La baraccopoli di Neza-Chalco-Itza, periferia di Città del Messico, possiede un sistema di fognature ed elettricità, ma, nonostante ciò, le condizioni sono ancora critiche per i suoi 4 milioni di abitanti. Manshiet, in Egitto, è città dormitorio per coloro che possiedono un lavoro nella capitale, ma non si possono permettere alti affitti. Inoltre qui risiedono famiglie non musulmane che sono racchiuse in questa sorta di ghetto in condizioni drammatiche: conta 1,5 milioni di residenti. La questione delle baraccopoli e dei loro cittadini è sicuramente un problema di non semplice risoluzione perché, come dimostra il caso di Buenos Aires, le famiglie che vivono in questi quartieri non sembrano cercare vite migliori e difficilmente lasceranno le loro case. Una possibile soluzione alla problematica potrebbe essere quella di lasciar proseguire l’aumento della popolazione di questi quartieri. In tal modo, non avendo più spazio per espandersi e vedendo aumentare la densità abitativa a dismisura, si obbligherebbe la gente a una scelta: se restare nelle loro case sempre più piccole e affollate oppure se trasferirsi nelle periferie cittadine ricche di spazio per espandersi e per vivere in condizioni migliori. Classe 3ªB