La ‘solitudine’ ai tempi del Coronavirus

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Solitudine è una parola piena di significati diversi: è la prima sillaba di noi stessi, ma è anche ignota. È un’emozione rappresentata da colori trasparenti, bianchi, un po’ cupi. È una condizione in cui una persona si isola dagli altri, per sua scelta – come un artista per trovare l’ispirazione – o per fattori esterni, come durante un lockdown. In questa esperienza, tutti, anche i più socievoli, sono costretti a rimanere in casa, soli o con la propria famiglia. Ciò obbliga a trascorrere più tempo con sé stessi, per riflettere, fare nuove esperienze o riscoprire azioni quotidiane. Ma non sempre la scelta è libera. In molti ritengono la solitudine una prigione mentale che rende malinconici e fa paura. Il lato negativo si manifesta nell’isolamento dal rapporto con gli altri. Se si pensa a noi ragazzi, siamo i primi delle volte ad isolarci: la tecnologia ci apre al mondo, ma talvolta ci distoglie da esso, fino all’emarginazione. Quando va bene è una dimensione temporanea, ma per alcuni questa solitudine avviene per la maggior parte della giornata: non escono, non si incontrano con gli amici, non praticano sport. Rinunciano. Lucine bianche in stanze nere senza nessun bagliore accanto. In questo senso, i ragazzi assomigliano agli anziani. Per entrambi, oggi la solitudine causa un senso di abbandono, perché viene impedito il contatto con gli altri o con le cose che fanno sentire utili, importanti. La mancanza delle persone più care è una cosa che fa pensare e dedurre che l’uomo è un essere che vive soprattutto attraverso gli altri. L’affetto è la via e la solitudine ne pare la nemesi. I momenti liberi e spensierati rischiano di diventare un lontano ricordo di chi ne ha vissuti tanti. Questa è una solitudine che può stropicciare, portare scompiglio, schiacciare, fino a distruggere. A soffrire di tale improvvisa condizione, oggi ci sono anche i malati di Covid: situazioni difficili che richiamano le epidemie antiche, capovolgendole; in passato, i malati venivano cacciati fuori dalle mura della città. Qui, siamo dentro le mura. Per non parlare dei malati d’altro, come dimenticati. Tutto ciò può privare del conforto necessario del quale ha bisogno chi soffre, e in questa epidemia spesso è mancata anche solo una carezza. O il sorriso di chi si ama. Per fortuna, a dare un po’ di sollievo a questa situazione ci sono dei rimedi: la tecnologia, come ogni cosa, mostra ombre ma anche luci. Le videochiamate, per esempio, che pur non possono sostituire una cena tra amici, un abbraccio o un sorriso senza mascherina, hanno permesso di mantenersi in contatto. Grazie a questo, abbiamo trasformato il bisogno in opportunità. La nostra scuola, ad esempio, ha preso parte al progetto ’La storia delle storie’: un’attività regionale dell’associazione ’Il progresso delle idee’, in collaborazione con ’La materia dei sogni’ e ’Idee in corso’. Nell’attuale distanza, abbiamo potuto intrecciare uno scambio con gli anziani della città, dialogando attraverso cartoline, fotografie, messaggi, video e racconti personali. Uno scambio di vita e di memorie per combattere ogni forma di lontananza, nella condivisione. Per questo, il tempo della solitudine non è sempre un nemico. Anzi, se usato bene, può essere un dono. Quando è libero di essere solo, infatti, l’uomo tende ad isolarsi per ritrovare il contatto con sé stesso, che può avvenire senza disturbi, limiti, blocchi o paure. Ciò rende l’uomo più forte e aperto a capire cos’è meglio per sé, accompagnato da una musica soave che aiuta la mente ad espandersi, senza pregiudizi o critiche. Le personalità di ognuno di noi si intrecciano tra le note di un concerto dove si alternano toni bassi, come le mancanze, e suoni alti, come la comprensione di sé e degli altri. La speranza e la necessità ci fanno andare avanti in questo sentiero in salita, che prima o poi finirà. Dobbiamo sempre ricordarci che a ogni salita corrisponde una discesa. Il sentiero prosegue, e per noi giovani è un momento per riflettere, crescere e immaginare il futuro. Il Coronavirus da un lato ormai è un’abitudine, dall’altro solo il nome ci fa ancora paura; è nella nostra quotidianità, ma è impronunciabile. Ripetuto all’infinito, eppure irripetibile. La paura di un nome non fa che incrementare la paura della cosa stessa. E la paura non confonde solo i pensieri, ma anche i nostri diritti e doveri: ci sentiamo invasi dall’ombra che entra nel nostro corpo. Vorremmo che l’ombra tornasse fuori, e che i nostri amici venissero ad abitare dentro di noi: per farci compagnia, per trasformarci in ogni cosa che manca e per dirci che va tutto bene. classe 2ªB