«Intervista in esclusiva a Dante Alighieri»

Per leggere la pagina clicca qui

Lettori de Il Resto del Carlino, abbiamo fatto uno scoop. Siamo riusciti a rintracciare e intervistare dopo ‘700 anni, niente di meno che il poeta Dante Alighieri. I nostri giornalisti d’assalto lo hanno aspettato davanti alla sua casa di Firenze e finalmente il poeta ha concesso una sincera intervista. Messer Dante, ci tolga una curiosità: è vero che il suo vero nome non è Dante? «Gentili messeri e donzelle avete ratio! Lo meo nomen non est Dante ma Durante. Tutti me habent semper vocato Dante». Ma che lingua parla? Noi non capiamo. «Favello in volgare fiorentino. Concedete clemenza messeri, cercherò di favellare in italico. Stavo dicendo che il mio nome vero è Durante ma tutti mi hanno sempre chiamato Dante». Messer Dante certo che parla bene l’italiano moderno. Come fa? «Come sentite ogni tanto mescolo dei termini in volgare. Devo migliorare. Se aveste letto la mia opera il «De vulgari eloquentia» sapreste che sono il padre della lingua italiana. E poi qui dove mi trovo, giungono in continuazione i vostri contemporanei, così conosco molte lingue». Ci parla della Firenze della seconda metà del ‘200? «Era una città medievale, un Comune ricco e autonomo, un intreccio continuo di vie strette con case di legno e di pietra accatastate le une alle altre. I fondi e le botteghe si alternavano ai magazzini, ai piccoli orti e ai vigneti. Torri alte e chiesette erano dappertutto. Chiaramente, non esistevano ancora la cupola del Brunelleschi, il campanile di Giotto, Santa Maria Novella e Santa Maria del Fiore, le opere architettoniche che ai vostri tempi tutti amate tanto. La mia Firenze era complicata e dinamica; contava circa 90.000 abitanti. Per l’epoca, eravamo tanti. L’espansione dei traffici commerciali di Firenze in Europa e nel Mediterraneo era sotto gli occhi di tutti, come pure il forte sviluppo della cultura volgare. Purtroppo, la mia città era anche corrotta dalla voglia di potere di diverse famiglie ed era lacerata da continue lotte interne. Sono cresciuto in mezzo alle tensioni». Perché si è schierato dalla parte dei guelfi bianchi? «Io, come difensore dell’autonomia del Comune e in qualità di priore, ho deciso di schierarmi dalla parte dei guelfi bianchi perché non volevo che Papa Bonifacio VIII prendesse in suo possesso la mia amata città. Sapendo poi come sono andate le cose, chissà se avrei rifatto la stessa scelta». Come si è sentito quando l’hanno esiliata? «Come se dentro di me fosse buio totale. Spero che non proverete mai la sensazione tragica di non poter più tornare nella vostra città». Qual è stato il momento più bello e quello più tragico della vita? «Il momento più bello e quello più triste mi riportano alla stessa persona, la mia amata Beatrice, la mia donna angelo. Il momento più emozionante fu la prima volta che la vidi. Il momento più triste fu quando lei venne a mancare. Quel giorno il mio cuore si fermò dal dolore e la cosa di cui mi pento più di tutte, è di non averle detto che l’amavo». Beatrice è stata l’unica donna della sua vita? «Ho sempre amato Beatrice, ma il destino ha voluto farmi sposare Gemma Donati, anche lei splendida donna. Il matrimonio però non fu dei più felici perché entrambi fummo costretti a questo legame senza amore. L’aspetto più bello del matrimonio fu la nascita di quattro figli». Dante le piaceva di più scrivere in latino o in volgare? «Ragazzi, preferivo il volgare perché era la mia lingua! Certo conoscevo anche il latino, infatti ho scritto anche opere in questa lingua». Ha mai avuto dei momenti in cui non sapeva cosa scrivere? «Sì, come ogni scrittore, ho avuto momenti di incertezza visto che non è semplice scrivere una storia originale e accattivante. Per quanto riguarda la Commedia, ho avuto difficoltà nell’inventare i vari luoghi dell’oltretomba perché nessuno ha mai visto l’inferno, il purgatorio e il paradiso. Questi luoghi sono frutto della mia immaginazione e per descriverli ho dovuto riflettere molto». Come le è venuta l’idea di scrivere la Commedia? «In quel periodo della vita ho avuto una crisi di fede: non mi sentivo più sulla retta via, quella che portava a Dio. Ho deciso di scrivere la Commedia, un viaggio che mi avrebbe portato di nuovo verso lui». Perché ha scelto Virgilio come guida? «Virgilio l’ho sempre ammirato per le sue opere. Da piccolo leggevo di continuo l’Eneide, amavo e amo ancora, il suo modo di scrivere. È in assoluto il mio poeta preferito, un po’ come un idolo dei ragazzini al giorno d’oggi. Lo ritengo saggio e perfetto per interpretare un ruolo fondamentale nella storia di questo viaggio, cioè quello di accompagnarmi nei posti più sofferenti». Cosa pensa di Ulisse? «Penso che Ulisse sia un uomo da ammirare per il fatto che era molto coraggioso. Lo stimo perché ha viaggiato per scoprire come era fatto il mondo e non ha mai pensato ai pericoli che avrebbe affrontato. Non sono così coraggioso, in più sono pigro e mi stanco facilmente. Vorrei essere come lui per avere ricordi di viaggi e di gente meravigliosa». Come mai le tre cantiche della sua opera terminano tutte con la parola «stelle»? «Perché penso che le stelle sono molto affascinanti, belle e luminose. Le stelle mi hanno sempre fatto pensare a qualcosa di positivo, alla speranza nel futuro. Sembrano proprio come me, che sono l’unica star del Trecento». Lo sa che la sua opera è ancora studiata nelle scuole? Pensava di avere così tanto successo anche nel XXI secolo? «Non credevo di avere tanto successo ai giorni vostri, comunque sono molto felice e mi fa piacere sapere che la Commedia è ancora apprezzata da tutti». Classi 2ª C e 2ª D