Vi racconto gli ottomila metri di meraviglia

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Michele Cucchi, alpinista italiano tra i pochissimi ad aver raggiunto la cima del K2, lo scorso febbraio ha incontrato i ragazzi de La Nuova Scuola su Zoom. L’idea è nata dalle lezioni di geografia e dal desiderio di conoscere i territori studiati (la catena dell’Himalaya) dalle parole di chi ne ha avuto esperienza diretta. Ne è nato molto di più: abbiamo incontrato una persona viva e appassionata, che ci ha raccontato di sé e della sua impresa. Perché hai deciso di fare l’alpinista? «Perché da sempre è la mia passione, che ho coltivato nel tempo fino a farne un lavoro. Da ragazzino mi ispiravo ai grandi alpinisti e alle loro imprese, li ammiravo perché avevano vissuto la vita fino in fondo. Io cercavo la stessa cosa». Cosa ti appassiona del tuo lavoro? «Prima di tutto il contatto con la natura e poi la possibilità di conoscere moltissime persone: per me il rapporto umano ha un valore enorme». Raccontaci del K2. « Era il luglio del 2014. Noi italiani eravamo ospiti di una spedizione pakistana che abbiamo contribuito ad organizzare. Partecipare mi ha fatto sentire parte di un grande progetto, che per i compagni pakistani significava tanto. Inizialmente non era previsto che io arrivassi fino in cima, poi mi sono accorto che c’erano tutte le condizioni: stavo bene, si era creato un bel clima tra di noi e il meteo era favorevole; così ho deciso di arrivare fino in fondo». Se dovessi riassumere quell’esperienza in una parola, quale sceglieresti? «“Meraviglia”. Dalla cima è visibile la Cina a nord, il Pakistan a sud e ci si rende conto che la terra è tonda. Si vede fino a centinaia di chilometri in lontananza. Per un alpinista è un sogno, come salire sulla luna per un astronauta». Hai deciso di partire per ultimo, perché? «Perché volevo avere tutti gli altri davanti a me ed essere sicuro di non lasciare indietro nessuno. Da guida alpina mi sento sempre responsabile per gli altri». Come sei cambiato dopo? «Il K2 è stato l’apice della mia vita professionale, da lì in poi la vita è cambiata in meglio. Ho capito che il futuro è aprirsi agli altri, aiutare comunità che a stento riescono a sopravvivere. Noi siamo dei privilegiati, la vita in Pakistan è dura in mezzo a valli sperdute, con pochissime possibilità di istruzione, assistenza sanitaria e contatti con il mondo». Vale la pena rischiare la vita per un’impresa simile? «Questa è la domanda più difficile. La mia risposta è sì! La vita è soltanto una e merita di essere vissuta fino in fondo, anche se ci si deve assumere rischi molto grandi. Ho vissuto momenti magici che rimangono per sempre. Se poi sono condivisi con amici, allora tutto diventa meraviglioso. Altroché se ne vale la pena! La fame e la voglia di vivere avventure sono un grande carburante, è questo che mi spinge a continuare». Classe III