«I migranti morti in mare non sono numeri»

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Nel primo quadrimestre con la professoressa d’Italiano abbiamo letto «Non dirmi che hai paura» di Giuseppe Catozzella. Il libro racconta la storia di Samia Yusuf, una ragazza somala di Mogadiscio. Samia aveva 17 anni, una famiglia, degli amici, una terra nel cuore e tante sofferenze alle spalle. Scappava dalla guerra verso una nuova vita. Voleva diventare un’atleta professionista e partecipare alle Olimpiadi di Londra del 2012. La piccola guerriera di Aabe che voleva riscattare la condizione delle donne somale ed emanciparle dalla loro condizione di sottomissione agli uomini è morta in mare. Però che coraggio che avuto. Quanti sono disposti ad inseguire il proprio sogno, rischiando costantemente di morire? Da clandestina ad Addis Abeba è riuscita ad entrare in contatto con i «trafficanti del deserto»: il Sahara, il mare di sabbia che «annulla l’anima e ti cancella i pensieri». E poi prigioniera nelle carceri di Khartoum, poi di Kufra, poi di Ajdabija e alla fine Tripoli. «Il viaggio spalanca gli occhi sulla follia degli uomini», questa frase di Samia ci ha fatto riflettere: non avremmo mai immaginato che la cattiveria potesse raggiungere tali livelli. Ma le parole salvano la vita e così Samia immaginava e parlava del suo futuro in Finlandia insieme con Hodan, la sorella che aveva affrontato il viaggio prima di lei e che le forniva i soldi che i trafficanti continuamente chiedevano. Poi finalmente la barca ed il Mediterraneo e con il mare la morte. Quanto ci ha cambiate la lettura di questo libro. Prima quando al Tg sentivamo le notizie di immigrati che muoiono per arrivare in Italia non ci facevamo molto caso, perché erano numeri. E invece no. Sono molto più che numeri, sono vite, come la mia. Sono persone. Morte. Solo per avere un futuro, magari anche povero e umile. Ma un futuro. Come si fa a non pensare a tutta la sofferenza che hanno provato? A non leggere nei loro volti i segni del dramma, degli abbandoni? E se al posto di Samia o di chiunque sia, ci fossimo noi? Spesso si giudica con superficialità. Immaginiamo solo cosa voglia dire vivere in una città dove, per avere acqua, bisogna fare chilometri e chilometri sotto il sole a piedi, sperando che una bomba non ci colpisca. Mentre leggevamo il libro e ne discutevamo insieme, spesso una grande tristezza ci prendeva. Ci siamo anche chiesti a cosa servisse leggere un libro che metteva tutta questa malinconia. Poi abbiamo capito. Quei numeri sono lontani da noi, non ci toccano, ma «conoscere» una di quelle persone, sapere che cosa ha passato, poter conoscere i suoi pensieri, le sue emozioni e il fatto di sapere cosa lascerà quando morirà, ci rende molto più sensibili. Non guarderemo mai più un immigrato allo stesso modo, ora che sappiamo cosa ha vissuto. Elisabetta Bernabucci e Veronica Ramaccioni 2ª E © RIPRODUZIONE RISERVATA