«Su di me il dolore che provava Leopardi»

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In questo periodo storico di restrizioni e distanziamento sociale, il pensiero e la vita del poeta sono maggiormente compresi dai ragazzi. Ecco la riflessione di un adolescente. Io già di mio conoscevo un po’ Leopardi, ma in classe lo abbiamo approfondito e, ascoltando le sue poesie, sono riuscito a capire il suo dolore all’idea di essere rinchiuso tra quelle mura, pervaso dalla solitudine e dalla voglia di scappare e trovare la felicità. Leggendo la sua storia, sentivo quasi il suo dolore sulla mia pelle, non solo perché sono un ragazzo molto sensibile ed empatico, ma anche perché questa sensazione l’ho provata anche io e tuttora la provo. Me lo immagino sul balcone, mentre osserva le altre persone, ad esempio Silvia. La guarda e vede una bella ragazza giovane, che canticchia e non vede l’ora di essere corteggiata e di vivere… Invece la Natura ti inganna e ti ruba i sogni. Secondo me, il pensiero sulla felicità è vero in parte. È vero che, quando abbiamo un obiettivo, siamo più felici nel momento in cui desideriamo raggiungerlo. Quando poi otteniamo quello che volevamo, la cosa non ci rende così felici come avevamo pensato. Secondo me dipende da come si è fatti: c’è chi fa così con i beni materiali e qualcuno lo fa anche con le persone. L’oggetto del nostro desiderio perde importanza quando lo otteniamo. Ma non vale per tutti… Molto spesso provo le sensazioni che provava Leopardi: sono rinchiuso nella mia stanza con poche libertà di uscire, e non solo a causa del Covid. Tutti i giorni sono indistinguibili, tutti uguali. Passo le ore a leggere e a studiare filosofia, su un quaderno scrivo i miei pensieri e anche poesie o analisi dei film che, appunto, analizzo dal punto di vista filosofico. Leggo anche libri e ascolto la musica che mi fa scivolare di dosso tutta l’ansia e l’angoscia. Guardo fuori dalla finestra e mi viene un’immensa voglia di esplorare il mondo con i miei amici, anche per poter vedere con i miei occhi senza basarmi solo sulle informazioni della televisione o di Internet. Però, per ora, non mi resta che guardare ‘oltre la mia siepe’ e mettermi ad immaginare tutti i viaggi e tutte quelle meravigliose sensazioni che vorrei provare. Leopardi mi fa sentire e ricordare questo. Dunque la felicità è impossibile da raggiungere? Non credo… Secondo me dovremmo fare la maggior parte delle cose che ci piacciono e che ci rendono felici, fare tutte quelle cose che ci fanno sentire bene che ci fanno provare sensazioni indescrivibili, a tal punto che diciamo che sono la nostra ragione di vita. In fondo la felicità è un po’ egoista, ma a volte si trasmette anche gli altri. Se noi siamo felici, rendiamo un po’ felici anche quelli che ci stanno accanto. Fare una cosa che non ci piace e che non ci trasmette niente, non ha senso, a meno che non sia necessaria. Ce la dobbiamo godere finché possiamo. In un certo senso, le persone decidono se essere felici o no. Uno può avere una vita dura e infelice e pesante, ma secondo me bisognerebbe sempre puntare al meglio di noi stessi. Quei brutti momenti e quei brutti ricordi non se ne andranno da soli. Bisogna combattere e guadagnarsele le cose e non piangersi addosso. Lo so che il dolore può essere tanto, ma, se è insopportabile, a quel punto bisogna chiedere aiuto, altrimenti finiamo per autodistruggerci e rovinare noi stessi e le persone che ci stanno accanto. Leopardi mi ha regalato un sacco di sensazioni contrastanti e mi ha fatto riflettere su cose bellissime e importanti. Lui desiderava andare oltre la siepe 200 anni fa. Io lo desidero oggi. Un alunno di 3B della Scuola Valsalva