Occhio a non cadere nella ‘Rete’ del virtuale

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Ormai è data per scontata la connessione che ci unisce, che ci permette di comunicare attraverso mille dispositivi, in una rete che, se non controllata, rischia di essere tessuta da un enorme e insidioso ragno che intrappola le sue prede. I mezzi di comunicazione sono pericolosi quanto attraenti, ma, come nella favola di Biancaneve, è proprio la proibizione a rendere la mela così succosa. I social sono la forma più internazionale di comunicazione, con un social puoi connetterti dappertutto in pochi secondi. Nel mondo reale puoi immergere gli occhi e farli sprofondare nella prospettiva. Sui social invece vedi solo pixel di vite, immagini ristrette di una foto, viaggi nelle esperienze delle persone. Vivere il virtuale significa rischiare di isolarsi dalla realtà e immergersi in un mondo parallelo, dove ogni spicchio di vita viene mostrato come perfetto e dove raggiungere quella perfezione diventa indispensabile per essere approvati dalla nostra società. È qui che entra in gioco, ad esempio, Blackout Challenge, una serie di video il cui contenuto è pericoloso, ma che viene venduto come divertente e adrenalinico. È così divertente rischiare la vita, solo per dimostrare di essere qualcuno? Quando entriamo in quel mondo parallelo veniamo contagiati dall’alta viralità di ciò che tutti fanno senza pensare alle conseguenze, plagiati dall’approvazione degli altri. Questo è il caso di Antonella Sicomoro, una bimba di soli dieci anni morta per asfissia, dopo essersi legata una cintura al collo, per partecipare alla sfida della morte. La piccola aveva un accesso illimitato ad Internet e, secondo i genitori, uno sconosciuto l’ha contattata, protetto dalla maschera piatta e multiforme dello schermo. Antonella voleva approvazione, voleva divertirsi, ma qualcosa è andato storto, perché i social sono ambigui, possiedono due facce. Zyanya Casadei Sofia Turci © RIPRODUZIONE RISERVATA