«Persecuzioni razziali, io nascosta per mesi»

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In occasione della giornata della memoria, abbiamo incontrato Lia Levi, nata a Pisa nel 1931 da una famiglia piemontese ebrea. Ci è apparsa gentile e molto lucida, ma soprattutto sembrava non avesse quasi novant’anni per il carisma che esprimeva. Le abbiamo posto alcune domande sul romanzo ‘Una bambina e basta’, pubblicato nel 1994 e vincitore di vari premi, che racconta di lei bambina e del rapporto con i suoi famigliari, la sua tata, le insegnanti e le coetanee nel periodo delle persecuzioni razziali; la piccola viene nascosta per dieci mesi in un convento cattolico di Roma per sfuggire alla deportazione e questa permanenza la porta a essere attratta dal Dio dei cristiani, ma la mamma le impedisce di affacciarsi a questo mondo. Eravamo molto incuriositi da cosa significasse vivere in un convento, dato che non è una cosa che si sente tutti i giorni. Le abbiamo anche chiesto cosa fosse successo alla zia, poiché nel romanzo questa figura risalta come possibile spia partigiana. Lia ci ha raccontato l’avventurosa storia di questa donna trovatasi ad abitare nel ‘40 sul confine italo-francese e, suo malgrado, divenuta messaggera di piani segreti. Un altro passaggio coinvolgente è il racconto delle compagne ebree che purtroppo non ce l’hanno fatta e di quelle cristiane a cui Lia non poteva raccontare nulla di sé, in quanto nascosta sotto falso nome. Oggi, dopo 70 anni, Lia ha ritrovato le compagne che sono nonne e che il destino ha legato nuovamente insieme poiché i nipotini frequentano le stesse scuole. Increduli del fatto che una vicenda del genere fosse reale e soprattutto che, dopo tanti anni, Lia potesse ricordare ogni evento, le abbiamo chiesto se avesse inventato qualcosa. Ci ha risposto che quelle immagini non si possono dimenticare e che scrivere le ha dato la possibilità di riordinare e rivivere chiaramente ogni istante. Ha dovuto subire molti traslochi e le abbiamo chiesto se, in seguito alla caduta del fascismo, avesse ritrovato i suoi mobili. La risposta ci ha lasciati un po’ spiazzati: la sua cameretta era stata progettata da suo padre e quando tornarono a prendere i mobili presero solo poche suppellettili, in quanto tutto il resto era stato ideato per una bambina e ormai era cresciuta. Lia ogni giorno di più sente la distanza con i ragazzi di oggi perché questa domanda le viene posta spesso e ci ha fatto notare che, in tempo di guerra, le prime ‘cose’ che vuoi ritrovare sono gli affetti, non gli oggetti. Lia è stata anche giornalista e un’attenta studiosa di storia e cultura. Il suo intervento ha spaziato tra ricordi personali, evoluzione della storia dal dopoguerra a oggi, fino alle nuove tecnologie. Lia dice di rifiutare il mondo delle App, eppure tramite una App è arrivata in classe. L’abbiamo vista e sentita viva e forte di fronte a noi. La Dad in questo anno ci ha tolto molto, ma ci ha anche fatto scoprire che le relazioni umane continuano anche a distanza di chilometri, basta volerlo. Lia è grata al convento di San Giuseppe di Roma e alle sue suore, per questo le ha proposte come ‘Giuste tra le nazioni’, in quanto salvatrici di tante famiglie ebree. Questo incontro è stato un modo diverso per ricordare questo tragico evento, facendolo sembrare meno pesante di ciò che è stato realmente perché la signora Levi ha sempre tenuto a precisare che lei è una salvata, non ha dovuto subire gli orrori di un campo di concentramento e per questo è grata ogni giorno. Classe 2^F scuola media ‘Europa’ di Faenza Professoressa Alessia Cortesi