Tutti a lezione contro il bullismo a scuola

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Anche quest’anno a Massenzatico si è tenuta la giornata di studio contro il bullismo. Da 15 anni la nostra scuola pone attenzione a questo tema delicato e complesso. Nel rispetto delle norme sul distanziamento, ci siamo riuniti nella palestra della scuola. Ad attenderci il dirigente scolastico Stefano Delmonte, il questore di Reggio Emilia Giuseppe Ferrari, il dirigente dell’ufficio territoriale scolastico Paolo Bernardi e l’assessora all’Istruzione Raffaela Curioni. In aggiunta anche il professore Giorgio Cangiano, che ogni anno si occupa di riservare alla nostra scuola una giornata come questa, che vede il coinvolgimento di tutte le classi. Le seconde, indossate le mascherine disegnate da loro, hanno effettuato un flash mob contro questo fenomeno molto diffuso nelle scuole. Questi eventi hanno lo scopo di sensibilizzare i ragazzi a combattere ogni tipo di violenza e discriminazione. Il bullo è spesso un individuo che vive un disagio sociale, come un malessere per una situazione familiare difficile, che lo porta a sfogarsi contro i più deboli. Si muove in gruppo e, come ha affermato il nostro dirigente: «Senza il pubblico non ha il coraggio di agire». Coloro che assistono ad atti di bullismo in silenzio, per paura o perché lo sostengono, hanno le stesse responsabilità. Fare il bullo è reato; se chi commette questi atti è un minore ne rispondono i genitori. Dai 14 anni invece, in caso di azioni gravi, è previsto il carcere minorile. Tra le iniziative, un questionario anonimo finalizzato alla rivelazione di eventuali forme di disagio o di bullismo, proprio per tenere sotto controllo la situazione e consentire agli insegnanti di intervenire prontamente. Caratteristica del bullismo è l’intenzionalità, la persistenza nel tempo e l’asimmetria nella relazione, cioè il rapporto di forza. A volte si parte da uno scherzo, ma non lo è per la persona che lo subisce. La vittima è poi restia a parlare, tenendosi dentro rabbia e sofferenza. Si è parlato anche di cyberbullismo e sono stati fatti molti esempi, come quello di una ragazza che, consapevole di quello che faceva, aveva condiviso foto intime su Instagram per scoprire poi ch’erano state diffuse in rete dal ragazzo. Non è raro, come i fatti di cronaca confermano, che per la vergogna alcune persone giungano ad atti estremi. Altro caso, quello di un ragazzo che aveva scoperto di avere un orientamento sessuale diverso; in rete aveva conosciuto una persona poco più grande di lui che viveva la stessa situazione. Grazie all’intervento tempestivo della polizia postale, si scoprì in seguito che la persona con cui si confidava, era in realtà un pedofilo di cinquanta anni. «Attenzione a quello che postate» hanno ribadito con forza i funzionari della Questura. Nel caso della diffusione di fotografie infatti, si può fare di tutto per cancellarle dalla rete ma rimarranno sempre nel Deep Web. Marta Grandi, III F