«La paura, per i miei cari e i miei amici»

L’emergenza che stiamo vivendo ha messo in discussione le nostre certezze: le scuole sono chiuse, le attività sportive sospese. Da mesi ci sono molte restrizioni e l’Italia è blindata. Se devo essere sincero, ho sbagliato. All’inizio sottovalutavo la situazione: i miei atteggiamenti e i miei comportamenti rimanevano invariati. Beh, mi sbagliavo. La paura di perdere le persone care, soprattutto i nonni, ha creato in me un panico che ho cercato fin dall’inizio di trascurare. Era in me ma non volevo crederci. Mi sembrava impossibile e stupido pensare che il virus potesse interessare me in prima persona. Per ora non è così, ma la paura che la situazione possa cambiare in peggio diventa ogni giorno più concreta. Il mio atteggiamento è cambiato e i miei momenti per pensare e dare spazio alle preoccupazioni sono aumentati drasticamente: ora, se devo essere sincero, posso affermare di aver paura. Non sono impanicato, però comprendo la situazione di estrema difficoltà. Mia nonna, avendo 92 anni, è in pericolo e io sono sempre in pensiero; non è facile starle vicino «a distanza» … Io cerco di chiamarla più che posso, ma non è la stessa cosa che stare con lei a casa a farle compagnia. Certe volte mi immedesimo nelle persone che lavorano in proprio e che sono costrette a restare a casa, oppure in coloro che potrebbero lavorare ma hanno dei bambini e non sanno a chi lasciarli. Ma soprattutto non dimentico che ci sono anche i soldati di questa battaglia, ovvero i medici, gli infermieri e tutto personale sanitario che combatte ogni giorno in trincea. Mi rendo conto che queste parole vengono ripetute molte volte in questi giorni dai giornalisti, ma questa è la verità. Il mondo è attaccato alla forza di queste persone che, ora come ora, in una situazione del genere, stanno letteralmente dando speranza all’Italia. Cerco di tenermi in contatto, per quel che posso, con i miei amici, ma in questo momento è difficile mantenere i rapporti come eravamo abituati a fare prima, quando potevamo sì sentirci via WhatsApp o Instagram, ma sapevamo anche di poterci vedere di persona a scuola, a basket, o uscendo per un gelato. Mi mancano i rapporti sociali, le passeggiate, le partite di basket, gli allenamenti, la mia ragazza e molte altre cose. Il mio stato d’animo e quello di molte altre persone in questo momento è strano ed è un crescendo di paura continuo. Una buona parte di me ha ancora fiducia in questa Italia che, unita, può farcela. Nel mio piccolo, cerco di rispettare ogni restrizione, ma mi rendo conto che le città sono vuote e l’atmosfera è quasi inquietante. Andando a fare la spesa e attraversando velocemente il centro, ti puoi facilmente rendere conto dell’aria cupa e pesante che si respira. Negli occhi delle persone si può percepire la paura e la città è spoglia come un albero in autunno. Vedere persone con la mascherina all’inizio aveva dell’incredibile, ma ormai non è più così strano, non è una novità. Le notizie arrivano in continuazione e io non so distinguere la verità dalle fake news. In questo momento Imola piange i suoi morti. Spero con tutto il cuore che la situazione prenda una svolta positiva, ma riconosco che non sappiamo ancora quando tutto questo finirà. Io continuo a sperare, perché non si tratta solo di stare a casa da scuola, ma anche di persone che muoiono e parenti che non possono vedere e salutare i propri cari malati o deceduti. Penso che quest’ultimo scenario sia tra i più tristi di tutti: un tuo parente muore e tu non puoi vederlo. Credo che sia una cosa straziante e piena di dolore per chi la vive. Volo al futuro e immagino la mia faccia quando leggerò a mio figlio tutto questo : ripensando a questa situazione, vorrò sentirmi fiero di essere un italiano. Alessandro Fabbri, 3^ B scuola media Valsalva © RIPRODUZIONE RISERVATA

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