«Fuggita dalle foibe a soli 8 anni»

Le foibe sono cavità naturali che raggiungono profondità molto elevate. Per molti sono viste come un maestoso fenomeno naturale. Ma per altri sono l’orrore. Il generale Tito, un rivoluzionario politico militare e dittatore comunista jugoslavo, fece massacrare infatti migliaia di persone, tra cui italiani e slavi, che si opponevano all’adesione dei territori alla nuova Jugoslavia. Venivano legati l’uno all’altro con catene di ferro e venivano portati sull’orlo delle foibe. Poi si sparava al primo, che si portava dietro tutti gli altri. Il 10 febbraio scorso è stata la Giornata del Ricordo degli infoibati e per celebrare questo avvenimento alla scuola Santa Filomena è stata invitata Gigliola Varglien che ha raccontato la sua storia di esule fiumana. Che età aveva al tempo dell’esodo? Sette o 8 anni. Ricordo che quando siamo dovuti partire mia mamma mi ha portata dai nonni e dagli zii. Sapevo di atti di violenza subiti dallo zio Pepi, che non me ne parlò mai direttamente per proteggermi”. Perché avete scelto Cattolica? «Quando mia mamma è andata a Roma da De Gasperi a chiedere in quale campo profughi sarebbe potuta andare a vivere con la famiglia, egli rispose che in Lombardia e in Veneto era tutto pieno ma c’era posto in provincia di Forlì, a Cattolica. Mia madre accettò e, una volta arrivata, ritrovò il vicino di casa di Trieste, un tale Bonelli». Che accoglienza avete ricevuto al vostro arrivo? «Non la migliore perché inizialmente ci chiamavano fascisti e delinquenti. Mi vergognavo del mio passato e di essere un’esule. Mi vergognavo di essere venuta in Italia con tutto ciò che ero riuscita a portare via da Fiume su un carretto. Ma poi smisi di vergognarmi e da allora sono stata contenta di essere venuta a Cattolica, una città magnifica dove vivere». Cosa è successo a tutti i beni che avevate e che avete dovuto abbandonare? «Ci sono stati requisiti e abbiamo dovuto lasciare tutto a Fiume, per pagare il debito di guerra dell’Italia». Solo dal 2004 si parla delle foibe. Perché? «La verità è che noi italiani dal Dopoguerra abbiamo avuto un’ideologia che è stata connivente con il dittatore Tito e queste tragedie sono state ritenute insignificanti. Il dolore più grande è il fatto che la storia ancora non ci conosce fino in fondo». Da questo incontro abbiamo imparato che le idee possono essere buone o cattive, ma che le ideologie sono sempre malvagie. A noi ragazzi oggi viene chiesto di continuare a testimoniare e non dimenticare, per diventare migliori. Emma Bolognesi, Sofia Rossi, Francesco Morazzini

 

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