La terribile notte del giovane Elie Wiesel

«In pochi secondi abbiamo cessato di essere degli uomini», così scrive Elie Wiesel nel romanzo ‘La notte’, in cui racconta della sua prigionia prima a Buna, un sotto campo di Auschwitz, e poi a Buchenwald, dalla fine del 1944 all’aprile del 1945. Il viaggio inizia in un treno maleodorante, troppo piccolo per le persone che trasportava: c’era chi urlava, chi piangeva, chi impazziva; dal primo momento tutti avevano perso la propria dignità. Quando il treno si fermò a destinazione, si sentì un orribile odore di bruciato. Qualcosa veniva buttato in una buca infuocata: neonati. Questo fu il benvenuto. Nel campo il sedicenne Elie diventò, come tutti gli altri, un numero senza identità, l’A-7713. Del resto nessuno pensava agli altri, tutti si interessavano solo al pezzo di pane che avrebbero ricevuto: «ero un corpo, forse ancora meno, uno stomaco affamato». Wiesel si privava spesso della propria razione per il padre, che era per lui come uno specchio deformato: i ruoli padre-figlio si invertono ed è il ragazzo che deve pensare all’adulto, considerato, con vergogna, un peso. Wiesel era molto religioso, ma ad Auschwitz in pochi mesi perse la sua fede. L’episodio più significativo fu quando, di fronte a tutti, venne impiccato un bambino, descritto come un angelo, buono e amato da tutti. Il silenzio assoluto fu interrotto da un grido: «Dov’è Dio?». Era lì, penzolante a quella forca – scrive l’autore – ucciso dalla brutalità tedesca. In quel momento Elie Wiesel vide morire il suo Dio. Quando russi e americani cominciarono a liberare i campi di concentramento, i tedeschi abbandonarono vecchi e malati e costrinsero gli altri a terribili marce forzate nella neve, per raggiungere campi ancora non scoperti, come quello di Buchenwald. Il viaggio fu devastante, molti morivano nella neve, si camminava in un cimitero: «Si moriva, si moriva perché bisognava morire». Elie Weisel fu liberato nel 1945 ma la prima volta che si guardò allo specchio quello che vide fu un ‘cadavere’. La sua storia deve far riflettere su quanto l’uomo possa essere vergognoso. Impossibile non chiedersi: ma perché uomini fecero a pezzi altri uomini uguali a loro? Qualunque sia la risposta, non sarà mai soddisfacente. Dobbiamo imporci di restare sempre ‘umani’. E, come ha detto la senatrice italiana Liliana Segre nel suo recente discorso al Parlamento Europeo: «Noi dobbiamo essere delle farfalle gialle che volano sopra i fili spinati». Classe IIC Zanotti: Massimo Albieri, Manuele Basta, Caterina Bonfreschi, Sofia Capitani, Tommaso Carbone, Cristian Caselli, Angelina Chen, Diego Coletti, Valentina Corona, Claudia Cutilli, Samuele Fontana, Gabriele Ghini, Mansour Gueddiche, Emiliano Guerra, Gianpaolo Guerra, Gioele Guidi, Sabrin Khelifi, Martina Longobucco, Matteo Minghelli, Alberto Orsi, Francesco Pigaiani, Cristian Qose, Chiara Sabatino, Giovanni Vinci, Giulia Vitellaro, prof.ssa Gaia Capecchi

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