Campionato di Giornalismo il Resto del Carlino

Ecco ‘Storie di scarpe’: la nostra installazione artistica per il fratello di Impastato

SANTA SOFIA, Teatro Mentore, 22 marzo: noi ragazzi delle classi seconde e terze della scuola secondaria abbiamo incontrato Giovanni Impastato, venuto fin qui per parlarci della sua storia e di quella di suo fratello Peppino, assassinato dalla mafia nella notte tra l’8 e il 9 maggio 1978, per aver denunciato gli affari e i crimini dei mafiosi di Cinisi e Terrasini, in primo luogo del capomafia Gaetano Badalamenti, che Peppino chiamava con ironia «Tano Seduto». Per distruggere anche l’immagine di Peppino venne inscenato un attentato, ponendo una carica di tritolo sotto il suo corpo adagiato sui binari della ferrovia. Il tribunale decise poi l’archiviazione del caso, ribadendo la matrice mafiosa del delitto, ma escludendo la possibilità di individuare i colpevoli. GRAZIE alla tenacia della madre Felicia, del fratello Giovanni e di chi ne condivise gli ideali, il caso fu riaperto e Badalamenti, zio Tano, fu indicato come il mandante dell’omicidio, successivamente estradato dagli Stati Uniti e condannato all’ergastolo. Ci siamo preparati a questo importante incontro attraverso letture, discussioni e la visione del film ‘I cento passi’, che racconta la vita di Peppino Impastato. Per accogliere Giovanni abbiamo realizzato, insieme al nostro prof di arte Andrea Fontana, un’installazione artistica, che abbiamo intitolato ‘Storie di scarpe: libertà di scarpa’. Abbiamo portato delle scarpe vecchie che abbiamo poi colorato di bianco e di nero per indicare ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Il giorno successivo abbiamo utilizzato dei colori acrilici variopinti (giallo, verde, rosso, blu, arancione…) e abbiamo tinteggiato in modo non omogeneo la superficie delle scarpe colorate. Una volta asciutte abbiamo scritto delle parole: parole positive sulle scarpe bianche, negative sulle nere. Infine abbiamo scritto delle frasi su dei cartoncini, insieme alle prof di Lettere, per esprimere anche con le parole un  pensiero contro la mafia. Con questa installazione abbiamo voluto mostrare la nostra volontà di comprendere e fare capire le ragioni per cui vale la pena dire no a tutti i tipi di mafia, raccontando una storia di scarpe. La mafia assume spesso l’aspetto rassicurante della quotidianità e dell’abitudine: «Vivi nella stessa strada, prendi il caffè nello stesso bar, alla fine ti sembrano come te! Noi ci dobbiamo ribellare. Prima che sia troppo tardi! Prima di abituarci alle loro facce! Prima di non accorgerci più di niente!». Ma se le si butta sopra la vernice anche «il mostro senza volto», la minaccia invisibile si può vedere chiaramente. L’abbiamo voluta mostrare bene, perché esiste e ci circonda: la mafia è una scarpa nera, rotta e sporca, che lascia impronte di odio. Le scarpe che abbiamo messo in fila davanti al teatro Mentore simboleggiano i 100 passi ma soprattutto vogliono rappresentare il cammino della nostra esistenza. Sugli scaffali di un negozio le scarpe si somigliano tutte, ma quando le facciamo nostre, indossandole, diventano così intime da poter raccontare la storia di chi le porta, la nostra storia. Le scarpe si sporcano e si possono pulire, si impolverano quando non ci si cura di loro, invecchiano e si logorano, come la nostra vita. A noi spetta di capire come vogliamo portarle e tenerle, spetta a noi scegliere come custodirle. Le scarpe possono farci camminare verso il rispetto per noi stessi e per gli altri che come noi vogliono indossarne un paio che valga la pena di sfoggiare, un paio di scarpe che ci renda liberi di muoverci e di pensare, di ballare, di ridere e gridare la verità. Le scarpe che ciascuno di noi, a modo suo, ha tinto di bianco o di altri colori, rappresentano il nostro personale invito a non ascoltarla, la mafia, ma ad agire nella libertà dei nostri pensieri e delle nostre emozioni e nel rispetto di quelle altrui. Perché non vederla ci rende complici di un modo di vivere lontano dal rispetto e dall’amore verso il prossimo, lontano dalla nostra libertà. Non ascoltarla ci rende liberi di vivere e capaci di «ricordare alla gente cos’è la bellezza, di aiutare a riconoscerla a difenderla». classi 3ª e 3ªB

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