Campionato di Giornalismo il Resto del Carlino

La sete di profitto cambia la musica

NELL’ETÀ della globalizzazione, dove molti valori e molte culture si sono uniformate, perdendo la loro unicità, anche la musica paga un prezzo salato. Complice un mercato che inneggia al profitto, la musica è diventata una merce da consumare il più velocemente possibile, per consentire un rinnovo di «prodotto» che dia nuova linfa a fatturati colossali. Per poter meglio vendere questa merce, l’industria discografica semplifica e banalizza ciò che vende, facendo scomparire generi non funzionali, perché di difficile ascolto o riproduzione. Sul campo, figurano cadaveri eccellenti: il rock, il jazz, il blues, ma soprattutto la classica, scomparsa ormai dalla programmazione di televisioni e radio. Da New York a Nuova Delhi a Parigi a Roma furoreggia e viene alimentato solo il filone del rap, figlio dell’hip hop e virato verso sponde cosiddette trap, che ha un target molto preciso, dai quattordici ai diciotto anni. I contenuti testuali di queste canzoni sono il successo, i soldi, un’ostentazione di apparente sicurezza e di machismo, un individualismo sfrenato, una rappresentazione della donna molto riduttiva, l’esibizione di un abbigliamento colorato e di rottura (ma anch’esso diventato uno stereotipo) un linguaggio infarcito di termini gutturali e di volgarità, dove si inneggia allo sballo, perseguito attraverso l’abuso di alcool e sostanze stupefacenti. Un modello di non-musica clonato in tutto il pianeta, dove non esistono più note musicali, ma un parlato fitto e cantilenante, dove non compaiono neanche strofe e ritornelli, ormai dinosauri di un pop semiestinto, e dove si recita un’autocelebrazione adolescenziale sempre più social, sempre più autoreferenziale, che scimmiotta l’american life style dei ghetti neri metropolitani. Peccato che ancora una volta il guadagno sotterri la cultura e insegni la strada fake della semplicità. Il messaggio è ingannevole: tutti possono essere musicisti, cantanti, autori. Non è così: dietro un’apparente semplicità si cela una enorme complessità. Arrivare a comprendere le profondità della musica necessita di un percorso di studi e di sacrifici lungo anni ed anni, dove si impara presto che per fare un passo in avanti occorre sudare ed essere perfezionisti, dove la superficialità è il peggior disvalore. Il paese dei teatri classici, di Vivaldi e di Rossini, l’Europa di Bach, Mozart e Beethoven, è stata svenduta sull’altare del ‘dio denaro’. Michelangelo Fulimeni, classe III C

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