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Fortnite, il gioco più amato dai ragazzi

«AIUTO, aiuto», la signora Antonella si precipita in camera del figlio temendo sia successo qualcosa di terribile e invece lo trova incollato allo schermo, con gli occhi sbarrati, il volto illuminato da una fredda luce blu, cuffie, testa in avanti, mani al controller. Niente panico, sta giocando a ‘Fortnite’, il videogame online più diffuso nel pianeta, targato Epic Games, l’azienda che lo ha lanciato nel 2017. Il gioco ha inizio quando cento giocatori, dapprima a bordo di un velivolo a metà tra un autobus e un aerostato (il vinderbus), si gettano nel vuoto per atterrare sull’isola destinata allo scontro. Appena atterrati, bisogna subito procurarsi materiali: legna, mattoni e acciaio, per poi iniziare a costruire fortini e procurarsi armi. Lo scopo del gioco è uccidere gli avversari nella propria mappa, un insieme di isolati dai nomi bizzarri che si uniscono a formare un unico territorio, e ottenere così la ‘1° Victory Royal’ da tutti tanto desiderata. Il tormentone così popolare tra gli adolescenti ha creato anche una serie di neologismi molto diffusi: non stupitevi se vostro figlio vi chiederà soldi per shoppare una skin nuova o vi darà dei ‘nabbi’ perché siete scarsi nel gioco. Si stimano circa 200 milioni di utenti che, schiacciando i tasti dei controller ormai consumati, hanno effettuato in tutto circa 100mila e oltre uccisioni virtuali. QUALI SONO i motivi del successo? Sicuramente la grafica efficace e accattivante, ma soprattutto il fatto che sia gratuito e accessibile da qualsiasi dispositivo: tablet, pc, console e persino smartphone. Riesce a fruttare da 10 milioni di dollari al mese fino ad arrivare quasi a un miliardo di incassi nel picco più alto. Questo perché si possono comprare dei gadget per personalizzare il proprio avatar: divise, cinture, acconciature, maschere, armi. È un gioco che non richiede abilità particolari, quindi alla portata di tutti. Inoltre, non ci sono spargimenti di sangue come in altri giochi d’azione, e, quando si muore, ci si dissolve per poi riapparire nella propria base. Infine, non vincono solo i più coraggiosi e spregiudicati, ma pure i ‘camperoni’, ovvero quelli che sanno nascondersi meglio quando il gioco si fa duro e si combatte aspramente. Spari, fortini, attacchi, guerra: come sopravvivere? Alberto Rossetti, psicoterapeuta esperto in dipendenze giovanili dalle nuove tecnologie, invita a non demonizzare il gioco: «Il gaming può rappresentare un rifugio da altre turbolenze, che vanno individuate per curare i sintomi». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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