Campionato di Giornalismo il Resto del Carlino

La storia di Prezzi, esempio di tenacia

JURI PREZZI è un ragazzo di 24 anni di Bologna. È un ex nuotatore paralimpico e attualmente pratica l’arrampicata sportiva. Si dedica allo sport senza mezza gamba sinistra da 8 anni. Perché ti sei appassionato allo sport? «Sono nato con una malformazione alla gamba sinistra, che non mi permetteva di praticare sport. Ho deciso nel 2010 di amputarmela. Per via delle anestesie i primi 2 mesi non riuscivo a camminare per più di 200 metri e questa situazione non mi andava bene. Così, ho deciso di iniziare a praticare il nuoto, a detta di tutti lo sport più completo. L’ho fatto per 6 anni perché mi appassionava e, paradossalmente, ho potuto amarlo quando ho perso la gamba. Ho iniziato a fare gare e mi sono classificato tra i primi 15 nuotatori paralimpici al mondo; poi sono stato chiamato in Belgio per essermi classificato tra i primi 5 nuotatori più veloci privi di uno o più arti. Lì hanno studiato la mia nuotata». Come ti sei sentito dopo l’amputazione? «Non avevo tanto paura dell’operazione, quanto di vedere la mia gamba dopo aver tolto il gesso. A differenza di altre persone, io ho superato il trauma. Per i meno fortunati, dopo l’amputazione di un arto rimane l’idea di continuarlo ad avere: è quello che chiamano ‘arto fantasma’. Se il tuo cervello non supera il trauma, si hanno dei dolori assurdi che possono logorarti fino ad annullare ogni volontà. Io stavo male, all’inizio, a causa dei muscoli che, tagliati e allacciati al femore, tiravano». Che tipo di protesi hai? «Esistono 3 tipi di ginocchio: meccanico, idraulico ed elettronico. Quest’ultimo è quello che ho io ed è il più comodo perché si adatta alla velocità della tua camminata. Non lo posso però bagnare, né fargli prendere polvere, né tantomeno andarci sulla sabbia. Esiste un tipo impermeabile, ma costa tantissimo, così quando vado al mare devo usare le stampelle che però non mi permettono di fare determinate cose. Una volta, con alcuni amici, eravamo a passeggiare nei boschi e ad un certo punto ci siamo trovati di fronte un guado e la scelta era di saltarlo o fare la strada più lunga. A malincuore ho dovuto optare per la seconda scelta per il timore di scivolare o bagnare la protesi. Ecco, è in queste situazioni che mi sento un disabile. Vuol dire sentirsi a disagio, inadatto a fare qualcosa».  Dopo l’ operazione è cambiato l’approccio degli altri nei tuoi confronti? «No, l’atteggiamento non è per niente cambiato. La maggior parte delle persone non si ricorda che ho perso un arto, a partire da mia madre». © RIPRODUZIONE RISERVATA

per leggere la pagina clicca qui