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La plastica minaccia l’ecosistema marino

SACCHETTI di plastica, materiali di imballaggio, resine, prima o poi vanno a finire in mare. La produzione mondiale di fibre plastiche è cresciuta dai 2 milioni di tonnellate del 1950 ai 380 del 2015. La plastica è oggi uno dei simboli industriali. E’ entrata a tal punto nella nostra quotidianità che risulta difficile pensare a un oggetto che non contenga polimeri, anche in minima parte. La plastica è il prodotto sintetico a lunga conservazione e si degrada completamente solo in centinaia di anni. E’ logico quindi che, se non bruciata o riciclata correttamente, finisca nell’ambiente favorendo l’alterazione di ecosistemi troppo delicati. Purtroppo in questi anni di crescente domanda, solo il 20% della plastica prodotta è stato riciclato o incenerito. Gli altri rifiuti entrano in mare sospinti dal vento o trascinati dagli scarichi urbani e dai fiumi. Il resto proviene da discariche abusive e da pratiche di smaltimento scorrette. Giocattoli dei bimbi, puntali d’ombrellone, bustine di gelati o caramelle, flaconi di lozione solare vengono dal turismo balneare; esche, lenze, confezioni di pastura sono rifiuti legati alla pesca sportiva, mentre reti e retine per le cozze provengono dalla pesca professionale. Qualunque oggetto in plastica, una volta finito in acqua si spezza in frammenti più piccoli per azione dell’erosione e delle correnti. Come dimostrato da diversi esperti, questi frammenti, che possono raggiungere dimensioni microscopiche inferiori ai 5 mm di diametro, costituiscono una fra le principali cause di morte per soffocamento di molti pesci e uccelli marini, poiché vengono scambiati per cibo. La plastica è un materiale non biodegradabile e i pezzi di plastica possono restare nella gola degli animali, bloccare le vie respiratorie o sviluppare malformazioni durante la crescita. Nei mari sono finiti già complessivamente almeno 86 milioni di tonnellate di plastica, di cui una buona parte si è depositata sui fondali. Nelle acque e negli oceani si trovano anche le microplastiche, che derivano dall’abrasione degli pneumatici o dal lavaggio di tessuti sintetici. Le piccole particelle di materiale plastico vengono inoltre aggiunte a prodotti cosmetici come creme per la pelle e shampoo, che giungono nei fiumi e nei mari attraverso le acque reflue. E’ innanzitutto necessario ridurre l’uso di plastica e migliorare di molto ciò che facciamo per smaltirla. Per la saluta propria e quella ambientale. Rebecca Giannubilo e Emma Luzietti

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