Campionato di Giornalismo il Resto del Carlino

Foibe, il racconto di due esuli istriani

DUE ESULI ISTRIANI si raccontano alle classi terze della Bonifacio. Antonio Zappador e Paolo De Luise. Due nomi, due vite; due vite turbate dai soprusi compiuti dai partigiani di Tito con l’unica semplice colpa di essere nati italiani nel tempo e nel luogo sbagliato. In occasione del giorno del ricordo, il giorno 11 di febbraio, due esuli istriani (Zappador di Verteneglio e De Luise di Pirano) sono venuti nella nostra scuola per raccontarci della loro esperienza, vissuta nell’Istria del secondo dopoguerra: erano tutti e due dei comuni ragazzi e la loro infanzia era felice, tutto questo fino a quando non sono arrivate le truppe di Tito, “l’esercito del diavolo”, perché riuscivano ad uccidere come se nulla fosse, come se non avessero sentimenti e probabilmente era così. Erano loro che punivano chiunque fosse anche solo sospettato di essere contrario al regime di Tito. Nei racconti si percepisce il segno che questi terribili eventi hanno lasciato in loro e che porteranno con sé per tutta la vita. Un ricordo particolare va a poi tutte le vittime italiane, morte nelle foibe o nei campi di concentramento, di cui non si sa neanche il numero e che secondo una stima variano da cinquemila a quindicimila. E’ importante anche ricordarsi degli esuli, scappati dalle loro case e dalle loro terre: hanno abbandonato definitivamente tutto e tutti per riuscire a salvarsi da quell’inutile e inspiegabile massacro, segnati a vita da terribili ricordi che non potranno essere mai dimenticati come quelli di Antonio e Paolo, costretti a portare un enorme peso che spesso si fa sentire, e che necessita di coraggio per riuscire a sopportarlo, perché, quando erano dei bambini allegri e spensierati hanno dovuto vedere delle cose che un bambino non dovrebbe mai vedere e hanno conosciuto il lato più profondo e oscuro dell’essere umano con la sua disumana crudeltà. Verso la fine del suo racconto Antonio ci ha detto una cosa molto significativa: ci ha chiesto qual è la più grande ricchezza posseduta dall’uomo; alcuni hanno risposto l’intelligenza o la cultura ma la risposta corretta è stata data solo da un ragazzo: la libertà, che tutti dovrebbero avere garantita e che nessuno può permettersi di togliere alle altre persone, nessuno può permettersi di “giocare a fare Dio”, nessuno. Le foibe, una storia da ricordare Finita la prima guerra mondiale l’Italia, con il patto di Londra, ottenne il Trentino e l’Istria ma non la Dalmazia e la città di Fiume che rimase una questione spinosa perché contesa tra Italia e Jugoslavia. Il letterato Gabriele D’Annunzio, acceso nazionalista, decise di occuparla a capo di un gruppo di rivoltosi; il parlamentare Giovanni Giolitti era contrario quindi con il trattato di Rapallo, stretto con la Jugoslavia, la città di Fiume fu dichiarata libera. Nonostante questo trattato di pace, tra l’Italia e la Jugoslavia non c’erano esattamente rapporti di pace, infatti ciò scatenò l’odio nei confronti degli italiani del partigiano Tito, che successivamente fece della Jugoslavia una dittatura; lui considerava gli italiani fascisti e per questo decise di punirli nelle foibe. Le foibe sono delle formazioni carsiche a forma di imbuto profonde centinaia di metri. Proprio durate questo periodo in questi luoghi calò un manto di oscurità e mistero e divennero il simbolo del massacro. I cronisti della Bonifacio

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