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Salvare una vita donando un organo

A CHE SERVE morire, se non per aiutare qualcun’altro a vivere? E’ questa la domanda da porsi per fare della donazione e del trapianto d’organo una vera e propria scelta consapevole. Tecnicamente, il trapianto di un organo consiste nell’introduzione nel corpo di una persona di un organo funzionante prelevato da un altro individuo, anche se è molto più di una semplice definizione. Non è facile ricevere un rene, soprattutto quando chi ti ha permesso di continuare a sorridere è a te sconosciuto, come stabilito dalla legge n. 91 del 1999. IL TRAPIANTO salva la vita a coloro che necessitano di un organo con la ‘batteria scarica’: l’unica soluzione è ricaricarla o sostituirla grazie alla donazione. Il viaggio dell’organo, coordinato dal centro riferimento trapianti Emilia-Romagna, avviene attraverso aerei, quando l’espianto viene effettuato in un ospedale lontano da quello in cui si terrà il trapianto, oppure su ambulanze che viaggiano a qualsiasi ora del giorno e della notte. Appena effettuati tutti i controlli, si consulta la lista d’attesa che talvolta può essere chilometrica e arrivare a contare più di 6mila pazienti. Lo step successivo è quello dell’intervento vero è proprio, che può durare tra le sei e le dieci ore per il fegato e almeno tre ore per il rene. Abbiamo intervistato Massimo, colui che ha vissuto tutto questo sulla sua pelle, scegliendo di rischiare fino in fondo: ‘Tutto iniziò con una visita dal nefrologo nel 2007, che rivelò un’insufficienza renale, che per nove anni mi ha costretto alla dialisi, un trattamento che obbliga il paziente a rimanere per ore attaccato a una macchina’. Dopo una lunga attesa, nel marzo del 2015, il paziente è stato sottoposto al trapianto di un rene, presso la nefrologia diretta dal prof. Gaetano La Manna dell’Ospedale Sant’Orsola di Bologna, coordinato da Matteo Ravaioli e da Giorgia Comai. Purtroppo, come talvolta accade, sono subentrate complicanze che, oltre ad aver messo a rischio la sua vita, hanno anche reso inutilizzabile l’organo. Massimo però non si è arreso e ha deciso di riprovarci. E’ stato effettuato un secondo trapianto, che lo ha definitivamente riportato alla normalità. Oggi lavora, viaggia, fa sport, senza dimenticare i controlli e i farmaci, fondamentali per evitare il rigetto. Ma, soprattutto, può dedicare il tempo, prima destinato alla dialisi, alla diffusione della cultura della donazione, mediante la sua testimonianza. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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