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«Così l’Africa insegna i veri valori»

PER CONOSCERE l’Africa ci sono i libri, i documentari e i programmi televisivi, ma le informazioni più interessanti arrivano da chi questo continente lo «vive» davvero. Per questo abbiamo intervistato Antonella Allegrini, Vicepresidente dell’Associazione Kasomay, onlus che opera in Senegal in campo sanitario. Innanzitutto, quali sono le differenze tra le condizioni della popolazione in Italia e in Senegal? «E’ tutto un altro mondo. Nelle case in Senegal si vive tutti insieme (nonni, genitori, figli e zii), formando così nuclei molto numerosi. Il tetto delle case molto spesso è fatto in paglia o legno, all’esterno dell’abitazione c’è un focolare dove si cucina e i servizi igienici e l’acqua corrente sono generalmente in comune e fuori dalle abitazioni». Cosa portate nei vari viaggi? «All’inizio portavamo bagagli da 20/30 chili, con dentro vestiti, scarpe, ma soprattutto farmaci. In seguito, abbiamo capito che l’Africa ha dei grossi problemi riguardo allo smaltimento dei rifiuti e che comunque in Senegal si trova tutto. Perciò, ora andiamo là con meno roba possibile e spesso ci portiamo indietro i blister vuoti, perché non vogliamo aggravare il problema dei materiali difficili da smaltire». Tutti possono aiutare nelle missioni? «Sì, possono aiutare davvero tutti nelle missioni. Chi è medico o infermiere è fondamentale, ma anche chi non ha competenze mediche può comunque contribuire alla missione svolgendo lavori secondari o occupandosi della logistica che è importantissima e non facile». E’ utile che un ragazzo della nostra età veda quella parte di realtà con i propri occhi? «Sì, è utile perché é importante che un ragazzo di dodici o tredici anni capisca quali sono i veri valori della vita o semplicemente che esista una realtà diversa dalla sua a qualche ora di aereo da qui». Quali sono i momenti più belli e più brutti che ha vissuto grazie a Kasomay? «Il momento più bello ha come protagonista due bambini: Federico, mio figlio, che ha partecipato ad alcuni viaggi, e un bambino senegalese che abbiamo incontrato su una spiaggia. Ovviamente Federico non aveva un ruolo operativo nella missione e quindi passava le mattine giocando con alcuni coetanei del luogo. Uno di loro l’ultimo giorno gli regalò un disegno che non dimenticherò mai: era stato realizzando attaccando tra loro piccoli pezzi di carta perché in Senegal i ragazzi non hanno nemmeno un bene che noi consideriamo scontato come i fogli. Lui ne aveva faticosamente trovato piccoli pezzi, li aveva uniti tra loro, vi aveva fatto sopra un disegno meraviglioso che Federico conserva ancora con affetto. I momenti più brutti, invece, sono stati quando abbiamo saputo che due bambini che seguivamo erano morti». Ci potresti raccontare la storia di Ivette? «Ivette da piccola soffriva di una malattia, l’epilessia, che spesso le provocava piccole scosse elettriche che si propagavano per tutto il corpo. Una volta successe che, per via di queste piccole scosse, cadde nel focolare domestico e riportò ustioni su gran parte del corpo, faccia compresa. Quando l’abbiamo conosciuta, l’abbiamo subito presa in carico e l’abbiamo portata in Italia per un’operazione che in Senegal non è possibile. A causa delle bruciature, infatti, Ivette non poteva più chiudere l’occhio destro e questo le causava grandi problemi, per esempio legati al sonno. L’operazione è andata benissimo e Ivette sta benissimo». Classe 3ªF, medie Orsini © RIPRODUZIONE RISERVATA

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