Campionato di Giornalismo il Resto del Carlino

La ‘Grande guerra’ vista da vicino

RIFLETTERE sulla Grande guerra attraverso la lettura del racconto «Due giorni e una notte» Nel 1915 l’Italia entra nella Grande Guerra. Gli uomini al fronte si trovavano a convivere continuamene con lo spettro della morte nelle interminabili ed estenuanti ore di ozio, impegnate a creare qualche istante di normale vita quotidiana; il pericolo era sempre in agguato, un cecchino o una granata potevano trasformare una radiosa giornata in una scena macabra. Il “sibilo del fischietto” degli ufficiali si tramutava in un suono funesto, foriero di morte, di paura, di impotenza. A centinaia si lanciavano all’arma bianca con la baionetta in mano contro i nemici. Nel vortice della Prima guerra mondiale viene coinvolto anche un contadino emiliano di nome Giuseppe, il protagonista del racconto storico dal titolo ‘Due giorni e una notte’, letto in classe dalla prof. Il libro parla di un episodio realmente accaduto sul quale abbiamo voluto accendere una riflessione per non dimenticare le atrocità subite dai soldati al fronte ‘per mano’ di spietati ufficiali: le fucilazioni perpetrate nei confronti dei soldati il cui comportamento era ritenuto non degno del codice militare e per questo doveva essere punito. Attraverso gli occhi di Giuseppe abbiamo immaginato il suo arrivo e la sua discesa nelle trincee o meglio nel luogo infernale dove venivano catapultati soldati, uomini, corpi inermi. Davanti allo sguardo disorientato e spaventato di Giuseppe si apre uno scenario di morte: circondate dal filo spinato, sormontate dai sacchi colmi di sabbia per rendere più difficile l’assalto del nemico e per fermare i proiettili degli avversari, le trincee si snodano lungo le linee dei due fronti contrapposti, separati dalla ‘terra di nessuno’, in cui solo i fanti possono addentrarsi, nella breve tregua della notte, per recuperare i compagni caduti. La storia letta in classe si inserisce nel quadro di un duro e ingiusto trattamento che si conclude con un tragico e crudele epilogo: la condanna a morte dei protagonisti. DURANTE la lettura ci siamo chiesti: «Che cosa aspetta un soldato in trincea?». L’assalto, la fuga in avanti e la paura che ti prende prima di essere raggiunto dalla «pallottola liberatrice». I soldati prima dell’attacco desiderano ferirsi, mutilarsi, sperando di sottrarsi a quell’angoscia logorante. In questo clima, la trincea rende tutti uguali. Quelle tremende esperienze creano un senso di fratellanza e di solidarietà tra i soldati semplici che provano paura, ma anche, in alcuni casi, desiderio di dimostrare il proprio coraggio, rischiando la vita per recuperare un ferito fuori dalla trincea o per salvare un uomo, un fratello. E che fare quando quel fratello viene ingiustamente condannato a morte per un atto di codardia? Tradire un ordine di attacco è considerato un atto indegno e non può restare impunito. Allora tutti, anche le reclute, devono pagare. “Bene, tu sarai il primo dei nove! Mettetelo al palo!”, comanda l’ufficiale. I condannati piangono, si disperano e implorano pietà. Ironia della sorte: Carmelo fa parte del plotone di esecuzione. Giuseppe è uno dei condannati a morte. Giuseppe, un contadino di quarant’anni, con le rughe agli occhi e i capelli bianchi, affronta il colonnello. «In quel momento sulla scena si affrontano gli uomini più anziani del reparto, quelli che hanno vissuto più vita e più raccolti». Si allinea il plotone di esecuzione, Giuseppe si dispone davanti ai compagni pronti a sparare. Arriva il cenno. In quell’istante, la vita di un uomo scorre velocemente e gli ultimi pensieri volgono ai familiari. Giuseppe pensa alla moglie, ai suoi tre figli, ai campi di grano, al grano da mietere. Carmelo pensa alla mamma, al mare, ai pescatori, all’aria calda e ai sapori di casa. I pensieri affollano la mente dei due compagni, anche se per poco, ora vittime di un destino crudele cui non ci si può opporre. «Gli ordini sono ordini». Per Carmelo, però, semplice pescatore siciliano, la vita di Giuseppe, il suo maestro, vale di più. Si attende la fine in silenzio. Poi un colpo. Uno sparo. «Carmelo si è puntato la canna sotto il mento e ha premuto il grilletto». «I morti lasciano l’inferno, i vivi ci restano». ‘Matre mia, nun essere addulurata: in paradisu starò mugghi de ca’. scuola media di Alfero, classe III E

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