Campionato di Giornalismo il Resto del Carlino

“Ci hanno rapiti e trattati come schiavi”

IN OCCASIONE dell’incontro coi volontari di Africa Chiama, sull’immigrazione, abbiamo incontrato due giovani immigrati. Il primo è Ibrahim che nell’ultimo anno ha affrontato un lungo viaggio per scappare dal tuo paese. Raccontaci le tappe principali. «Sono molto felice di partecipare a questa intervista. Sono nato nella Repubblica del Benin, dove però non avevo una vita felice perché i miei genitori non erano sposati ed ero emarginato da tutti». Quindi, la tua fuga è dovuta a complicazioni familiari? «Esatto. Questo problema mi escludeva anche dagli studi, così ho iniziato a lavorare per guadagnare il necessario per iniziare a frequentare la scuola. Dopo la morte di mio padre abbiamo deciso di vendere la casa e, con il ricavato, ho intrapreso un viaggio pur non sapendo dove sarei arrivato». Dove sei andato? «In Niger, dove però mi hanno rapito e portato in Libia per lavorare come muratore: non venivo pagato e l’unico pasto non bastava». Immaginiamo sia stato un periodo molto brutto. Quanto tempo sei stato in Libia? «Circa otto mesi, dopo aver preso una barca e aver pagato l’equivalente di seicento euro, sono arrivato in Italia, a Catania dove mi hanno accolto, nel giugno del 2017». Allora Ibrahim, sicuramente è stato un viaggio veramente difficile e molto faticoso. Una storia davvero emozionante. Grazie. Siamo pronti ad ascoltare anche la seconda testimonianza. L’altro ragazzo si chiama Essa e ci racconterà la storia del suo viaggio. «Sì, anche io sono molto felice di questa intervista. Il mio nome è Essa, vengo dal Gambia, ho 19 anni. Nel 2014 il Presidente del mio paese ha imposto di cambiare il giorno della preghiera per i musulmani, che non era più la domenica ma il sabato». E poi cosa è accaduto? «Mio padre, che è un imam, era contrario e per ribellarsi è andato in moschea a pregare di domenica, l’hanno arrestato e torturato. Io, avendo partecipato a una protesta, sono dovuto scappare per non farmi arrestare e sono andato da mia zia in Senegal». E poi? «Dopo aver attraversato Mali, Burkina Faso e Algeria, sono andato in Marocco poi in Spagna dove c’erano alcuni miei parenti». Quindi in Spagna vedevi possibile una vita migliore? «Ma non è stato così, in Marocco non mi hanno fatto passare a causa dei controlli. Così sono andato in Libia, dove sono stato arrestato e imprigionato per sei mesi con un mio amico bruciato vivo perché ha tentato di fuggire. Io sono riuscito a scappare e dopo due tentativi sono approdato a Palermo». Così che si conclude il viaggio? « Ormai sono qui a Fano da un anno e mezzo e posso dire di avere una vita serena, posso frequentare la scuola, fare volontariato e lavorare come lavapiatti». Aurora Menchetti e Margherita Candelora classe III D

Per leggere la pagina clicca qui