Campionato di Giornalismo il Resto del Carlino

Vi raccontiamo chi era Camelia, una ‘Anna Frank forlivese’ che insegna amore e coraggio

 

CAMELIA, una ragazza come tante, che pensava al futuro in modo positivo, vissuta nel luogo sbagliato al momento sbagliato: la Romagna degli anni ’40. Oltre ad essere romagnola, aveva acquisito dai genitori altre origini. Come scrive Roberto Matatia nel libro ‘I vicini scomodi’: «Il padre era ebreo, romagnolo, greco, mentre la madre era turca, bolognese ed ebrea: insomma, un miscuglio tremendo!». Camelia aveva saputo tenere testa a questa sua condizione, dimostrandosi spesso più coraggiosa dei suoi fratelli e di sua madre, di cui aveva dovuto prendersi cura quando il padre, Nissim, noto negoziante, fu esiliato nella nativa Corfù perché privo di documenti regolari. La domanda che ci siamo posti in tanti leggendo questa storia è: una ragazza, che altro dovrebbe fare se non pensare a se stessa, alle amicizie, alla scuola? Camelia si è fatta carico della sua famiglia, diventandone responsabile. Saremmo in grado di fare altrettanto? Ora noi ragazzi non pensiamo di certo a questo; spesso non ci soffermiamo a riflettere sul presente, tantomeno sul futuro. Eppure questa ragazza, nata sotto un ‘marchio sfortunato’, suscita in noi una certa simpatia, dovuta innanzitutto alla sua giovane età, ma anche a tutto l’amore che è stata capace di dare, con coraggio e dedizione verso i suoi cari. Una ragazza solitaria e pensierosa che, dopo aver conosciuto Mario, un ragazzo cattolico, vide un barlume di luce e di speranza, ma non volle vedere gli aspetti sfavorevoli di un legame inopportuno all’epoca. Camelia si è dimostrata anche temeraria: quell’inverno del 1944 i tedeschi arrivarono alla sua porta per deportare lei e la sua famiglia; invece di preparare la valigia come richiesto dalle SS, scrisse la famosa lettera a Mario. In essa spiegò che sarebbe dovuta partire, dicendo che non aveva paura perché non era colpa sua di essere nata con un ‘marchio disgraziato’, salutandolo infine in modo affettuoso. La scrisse con calma anche in quelle circostanze e in più riuscì ad essere anche realista: non gli disse ‘forse ci rivedremo’. Sapeva già che non sarebbe tornata dalla tristemente nota Auschwitz. CI COLPISCE che, nonostante un fucile puntato, scrive la lettera in modo preciso e chiaro, dimostrando la sua velocità e intraprendenza nel fare le cose. Questa ‘Anna Frank forlivese’, di cui abbiamo il nome e la storia stampate nella mente, ha lasciato una scia di eroismo che vorremmo seguire per affrontare le relativamente grandi difficoltà di noi giovani. Dimostrarci pronti afferrando la vita per le redini e senza demotivarci, come spesso ci accade, quando le cose non vanno come ci piacerebbe. Troppo spesso ci capita di credere di essere sfortunati, ma ripensando alle umiliazioni subite da tanti ragazzi come lei non dovremmo forse essere meno pigri e indifferenti e costruire la nostra società? Una società che, rispetto a quei terribili anni di dittatura, dà più dignità agli uomini, ma vediamo spesso quanto sia facile ricadere nel buio. Quando notiamo offese o scorrettezze verso gli altri e non diciamo nulla, non rischiamo forse di tornare, come dice Matatia «a scene alle quali nessuno fa più caso; si diventa passivi, e tutto va bene, finché non viene pestato il proprio orticello»? Siamo stati fortunati a nascere in questi anni di pace, ma Camelia siamo anche noi: giovani che meritano un’esistenza serena, senza occhiatacce o sguardi sfuggenti e impassibili di fronte alle sofferenze. Forse, mai come oggi, si è vicini a quel periodo: ognuno di noi potrebbe essere oggetto di torture psicologiche come il bullismo, emarginazione anche da quei coetanei che dovrebbero fare muro per proteggersi a vicenda, e non schiacciare per dimostrare una forza malvagia. Pensando a Camelia entra in noi un coraggio nuovo, una grinta positiva che ci vorrebbe far assomigliare a quella ragazza, della quale avremmo potuto essere amici e della quale ci sentiamo fratelli. Il suo nome è un fiore, passeggero come la sua vita, eppure sfavillante di colore come lei è stata. Un fiore che è stato reciso, ma che rimane per noi un simbolo: il simbolo di un coraggio straordinario, di un’eccezionale voglia di vivere, il simbolo dell’amore. Pietro Arzilli, Massimiliano Comastri, Annalisa Fabbri, Irene Faggi, Lorenzo Masotti

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