Campionato di Giornalismo il Resto del Carlino

«Vinta la malattia, voglio fare la dottoressa»

A TRE anni ho sentito qualcosa di strano nel mio corpo. L’ho raccontato immediatamente a mamma che mi ha portato dal medico di famiglia. Lui ha spiegato la mia situazione. Decisero di trasferirmi al Gaslini di Genova. A me mamma non disse niente di cosa mi stesse succedendo per non farmi impaurire, ma lo spiegò a mio padre. Molto confusa chiesi: «Mamma, papà, cosa ho nel mio corpo che non va? Loro continuavano a dirmi che non era niente, ma ogni giorno notavo mamma piangere, parenti di cui non sapevo l’esistenza, venirmi a trovare e giorno per giorno i miei portavano via i vestiti dal mio armadio. Ero arrabbiata, confusa, triste. Volevo sapere cosa avevo che non andava. Una mattina mamma mi disse: “Partiamo, andiamo a Genova». Con mille dubbi presi l’orsacchiotto e uscii di casa. Pensai subito che saremmo andati a passare le vacanze lì, dove ci sono tantissimi parchi giochi e il mare. Era un sogno! Invece mi trovai davanti un edificio enorme con una grande scritta sopra: Gaslini. Appena entrai provai molta paura: c’erano tante persone senza capelli, pallide, gonfie, che non parlavano nè ridevano, nella mia fantasia li chiamavo “alieni”. Dopo un po’ mi ha chiamato una dottoressa che fin dall’inizio mi è stata molto simpatica. Aveva moltissimi ciondoli, il camice colorato e i capelli buffi. Lei ha chiesto di poter parlare solo con i miei genitori. Io sono stata in sala dove ci sono moltissimi giochi e persone che ti danno allegria: i clown. Lì ho conosciuto un “alieno”. Si chiamava Carmine e aveva la mia stessa età e malattia. Appena mamma e papà, hanno finito di parlare con la dottoressa, avevano le lacrime. Mi avevano assegnato una camera; io sin dal primo giorno l’ho tappezzata di poster, pupazzi, colori. Quella camera di speciale aveva tutto, ma soprattutto la vetrata con vista mare. E poi si vedeva tutta la città. Ogni giorno mettevo uno sticker, nel vetro, per vedere i giorni che passavo in questo brutto posto. In quei giorni mia sorella era rimasta a casa di nonna. Oramai sapeva tutto, non faceva altro che piangere. E così venne anche lei, con nonna, zio e zia; si presero un appartamento vicino all’ospedale, e ogni giorno mi venivano a trovare. Il vetro diventava sempre più pieno, ma io mi sentivo peggio. Mamma per non farmi vedere che piangeva si chiudeva sempre in bagno per ore e ore, ma io avevo capito che non poteva continuare così: la volevo aiutare. Un giorno mi spiegò che avevo una macchia nel sangue, che non mi faceva star bene, una macchia molto cattiva, che non aveva colore né motivo di stare lì. Piano piano capii che stavo molto male e che non era più una bellissima vacanza. Da quel giorno non facevo altro che piangere, chiedermi cosa ci facessi io qui, e perché proprio io. Una mattina mi son svegliata in un posto un po’ strano. Avevo un vestito azzurro e una luce fortissima puntata negli occhi. I medici mi dissero che stavano cercando di togliere la macchia; poi mi hanno addormentata e operata. Ma l’operazione non era riuscita. Ero molto gonfia e avevo parecchie ferite in bocca, la notte avevo bruttissimi incubi e in tutto questo non riuscivo a fare niente perché o dormivo o avevo dolore. Un giorno dovevo fare un normale controllo, sono entrata in una stanza e mi sono trovata davanti una specie di “palo” che reggeva le medicine. Mi avevano messo un tubicino nel petto collegato a questo “palo” che portavo sempre con me. Dal quel giorno ho iniziato a chiamarlo “macchina del capo”, una macchina guidata dal capo. Ormai l’ospedale era diventata la mia casa; il personale infermieristico mi aveva soprannominato “koala” perché stavo sempre tra le braccia di mamma. Mi ricordo, una notte in particolare, la più brutta, dove ho avuto dei forti incubi e stavo tanto male. Perdevo piano, piano, ciocche di capelli; ero impaurita e confusa. Avevo la febbre molto alta. Era la notte di Pasqua, lungo i corridoi dell’ospedale, c’erano tante uova pasquali e le dottoresse per tranquillizzarmi me ne avevano date alcune. Ero andata a dormire, ma poco dopo, mi sono risvegliata. Ho dovuto sopportare molte medicine aggressive che sembrava avessero fatto l’effetto contrario. In quel momento tutto l’ospedale pensava a me. POCO DOPO i medici hanno deciso di rioperarmi. Sono entrata in sala operatoria alle 4.30 di notte dove mi hanno rifatto un intervento iniettandomi una medicina più forte. I parenti attendevano davanti la sala operatoria con più ansia che mai. L’operazione questa volta sembrava essere andata bene. Mi sono risvegliata con una specie di “molletta” che faceva: “bip-bip-bip” di continuo. Avevo dolore dappertutto, non riuscivo a muovermi e a stare ferma… Il mattino non ricordavo nulla, appena ho aperto gli occhi ho visto mamma che, per una volta (l’unica), piangeva di gioia. «Non c’è più, non c’è più: la tua macchiolina è andata via» mi disse. Queste parole le ho memorizzate in testa, sono tuttora ben incise. Urlavo dal dolore per le cicatrici ma anche per la felicità. In bagno mi sono vista allo specchio e mi è scesa una lacrima, poi due, tre: non avevo più i capelli, il viso gonfio e mi era caduto il mondo sopra. In quei giorni pensavo sempre ai miei capelli, non mi sentivo a mio agio, non mi sentivo più me stessa in quanto vedevo un’altra me: ero diventata anche io un “alieno”. Mamma mi comprava tremila cappelli, bandane, cuffie per non farmi soffrire, ma io mi sentivo diversa, volevo indietro i capelli. Ero un sasso fossilizzato in un letto con tubi in tutto il corpo e cicatrici dolorosissime che non mi permettevano di muovere. Ogni sera vedevo le navi nel mare e per ognuna lasciavo un desiderio: era il mio passatempo preferito. Un giorno mi sentivo particolarmente bene, chiesi alle dottoresse se potevo uscire e loro mi dissero che andava bene, l’importante è che non sarei dovuta stare al sole. Con un sorriso più grande del mio viso, sono uscita e, appena ho aperto la porta ho sentito l’aria pura e non quell’odore d’ospedale che mi perseguitava. Piano, piano i capelli ricrescevano e io diventavo sempre più grande. In quei giorni mi hanno assegnato un appartamento, vicinissimo all’ospedale, dove venivano a dormire molti altri bambini malati. Lì ho conosciuto Soriana, una bambina di colore, che aveva una protesi alla gamba. Era tutto per me, giocavamo sempre insieme con mia sorella e Carmine. Soriana mi ha sempre aiutato nei momenti brutti e mi ha sorretto in tutto. Un giorno ci siamo dovute salutare: ero guarita e potevo ritornare a casa. Sono entrata in ospedale a fare l’ultimo controllo, ho attaccato l’ultimo sticker sul vetro della camera, ho salutato tutti e poco dopo siamo partiti. A casa, ad aspettarmi, c’era la mia famiglia: nonni, zii, parenti, amici… Abbiamo fatto una grande festa dove mi sono divertita tantissimo; ero felicissima di avere accanto i miei cari! Ora sono rientrata definitivamente a scuola. Come progetti, da grande, vorrei fare la maestra di danza o la dottoressa, anche perché sono ormai diventata abbastanza esperta. Ilaria Campetella 2ª A

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