Campionato di Giornalismo il Resto del Carlino

Possiamo dirci veramente liberi?

DA ALCUNE interviste ai nostri nonni, che all’epoca del secondo conflitto mondiale avevano all’incirca la nostra età, abbiamo capito cosa significava vivere durante la guerra. Nonna Maria racconta che mentre avveniva la ritirata delle truppe tedesche, per molte settimane, sia verso Pesaro sia verso il fiume Conca, si intensificarono i bombardamenti. Anche nonno Bertino e nonna Esterina raccontano che ci si doveva nascondere nei rifugi, ripari sotterranei nei quali si viveva stipati fino a quando l’aviazione non interrompeva il lancio delle bombe. Tutti dicono di avere ancora nelle orecchie il triste suono delle sirene che avvertivano di correre ai ripari. Tutti ricordano di aver visto morire persone care colpite da schegge di granate mentre tentavano di raggiungere un riparo di fortuna. Tutti ricordano la prepotenza con cui i soldati tedeschi violavano le case per impossessarsi dei pochi viveri a disposizione. Tutti ricordano insomma la sofferenza: indicibile, costante, duratura. E tutti hanno raccontato la gioia per la fine del conflitto, per il lento e faticoso ritorno alla vita normale che però, non cancella le ferite dell’anima. E tutti hanno auspicato che gli uomini di oggi sappiano apprezzare la pace, perché solo chi ha vissuto la guerra sa quanto la pace sia preziosa, importante, essenziale. Il 25 aprile del 1945 l’Italia venne liberata. I tanti giornali dell’epoca titolavano «L’Italia è libera. L’Italia risorgerà», ma dopo ben 73 anni dall’accaduto, possiamo veramente affermare di esseri liberi? Quei sentimenti, dai quali scaturì il conflitto, permangono nel cuore di ancora troppe persone: odio, paura, rancore, pregiudizio, timore del diverso. Perché quando incontriamo qualcuno che ha una cultura diversa dalla nostra, gli gridiamo di tornare a casa sua, di non ‘contaminare’ la nostra civiltà con le sue usanze ‘retrograde’, ‘superate’, ‘anacronistiche’. Temiamo che il nostro vicino di casa musulmano, faccia parte di quel gruppo di persone che usano la religione solo come scusa per fare del male. E poi ancora tante, infinite paure. Allora ci chiediamo: come possiamo definirci liberi? Sono passati 73 anni da allora ed io oggi rendo grande onore alle persone che lottarono per noi, ma liberi, lo siamo solo politicamente. Continuiamo a camminare con le mani che ci coprono gli occhi, senza vedere e accettare la realtà che ci circonda. Ora io, da semplice ragazzina di 14 anni, chiedo a tutti di usare quelle mani per stringere quelle di chi ci è accanto e di comminare insieme lungo le strade del mondo. Martina Berardi Emanuele Foschi Giulia Panigali Giulia Rossetti III A

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