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Secondo Ricci: «Dai campi alla presidenza della Bcc, ho sempre dato il massimo»

SECONDO RICCI, presidente del Credito Cooperativo Ravennate, Forlivese e Imolese, è nato a Faenza il 12 maggio 1946. Cresciuto in una famiglia contadina nelle campagne faentine, racconta di aver avuto come unica ambizione quella di continuare a lavorare la terra nell’azienda di famiglia. Tuttavia ha sempre coltivato anche un impegno sociale: prima in parrocchia, poi in diocesi e nel consiglio comunale. Nel 1980 inizia il suo impegno nella cooperazione come consigliere alla coop Paf (Produttori agricoli faentini), oggi è al suo terzo mandato come presidente della Banca di credito cooperativo (Bcc). Ricci, di quante cooperative è stato presidente? «Della Coldiretti di Faenza, poi della Paf (Produttori agricoli faentini) per 14 anni, della Conerpo per tre mandati; in seguito della Caviro per quindici anni. Questo è il mio terzo mandato come presidente della Bcc». Avrebbe mai pensato di diventare presidente della Bcc? «No, non era la mia intenzione, né la mia aspirazione. Quando morì il presidente Giovanni Dalle Fabbriche, nel ’92, io ero presidente alla Paf e mi sembrava sufficiente come impegno, ma i consiglieri della Cassa Rurale di Faenza (la vecchia Bcc) mi chiesero di assumere anche quella presidenza. Accettai, anche se preoccupato per gli impegni e perché non ero preparato sul settore finanziario». Come ci si sente a essere presidente? «Molto responsabili perché si ha il dovere di fare andare tutti d’accordo e di compiere scelte nell’interesse della propria azienda o associazione». Ha sempre dato il massimo? «Sì, e ho sempre cercato di essere presente, dedicando tempo per seguire le cose e non avere brutte sorprese». Com’era la sua scuola? «Ho fatto le elementari a Sant’Andrea nella vecchia scuola in via del Lupo. Erano pluriclassi, cioè la prima e la seconda assieme, la terza separata, e la quarta e la quinta assieme. Le medie le ho fatte a Cotignola in una scuola specializzata nella preparazione all’agricoltura; andavo a scuola in bici con tre miei amici. Finito l’avviamento, invece di andare all’istituto professionale di Persolino, rimasi a casa per lavorare in famiglia». Come andava a scuola? «Ho finito le medie con la media dell’8, ma in francese mi hanno regalato il 6…». Ci parli della sua famiglia «La mia è una famiglia contadina, con una sorella di sette anni più grande di me. In casa con noi c’erano anche gli zii e due cugini: una tipica famiglia contadina. Mio padre si chiamava Enrico e la mamma Adelaide. Tutti e due seguivano il lavoro nei campi, nella stalla e allevavano i maiali. Gli zii e i cugini lavoravano in azienda con noi. Nel 1965 comprammo un nuovo podere e nel 1970 gli zii si trasferirono nella nuova abitazione che avevamo restaurato. L’azienda agricola abbiamo continuato a gestirla assieme. Dei miei genitori ricordo l’impegno a dare il buono esempio e la loro pretesa di attenzione nei confronti della scuola, della società e del lavoro». Cosa fa nel tempo libero? «Lavoro il mio orto, tengo libero il giardino e aiuto nel campo». Che sport faceva da piccolo? «Ho cominciato giocando a calcio. Giocavamo con la maglia della Juve perché eravamo in maggioranza juventini. Poi ho giocato a pallavolo». Sa suonare uno strumento o cantare? «No, sono l’unico della famiglia a essere stonato». Come ha conosciuto sua moglie Adriana? «In parrocchia, dove facevamo attività sportive e ricreative». Le piace che le facciano delle domande? «Se qualcuno mi fa domande significa che è interessato, curioso, perciò cerco di rispondergli e spiegargli. E’ peggio se non mi fanno domande perché potrebbe essere segno di menefreghismo e disinteresse». Come ha vissuto il dopoguerra? «Sono nato nel ’46…gli anni ’50 e ’60 sono stati anni di forte crescita per l’Italia con una forte occupazione dei settori industriali e artigianali per cui ho visto tanti cambiamenti nella società». Qual è stato il suo primo lavoro? «Aiutare i miei genitori nel campo, nella stalla ad accudire gli animali». Classe II B

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