Campionato di Giornalismo il Resto del Carlino

«Quando un cane può aiutare a stimolare un malato»

LA PET THERAPY è una terapia basata sull’interazione uomo-animale, che integra le tradizionali terapie mediche e può essere impiegata su pazienti affetti da differenti patologie, con obiettivi di miglioramento comportamentale, fisico e mentale. La presenza di un animale permette in molti casi di formare un rapporto emotivo tra paziente, animale e medico, che va a beneficio del paziente. Sull’argomento parla l’esperta Irene Zamboni. Zamboni, come vengono preparati i cani alla pet therapy? «Al di là dell’educazione di base, i cani vengono abituati a stare in ambienti stressanti, a sopportare determinati rumori e odori, quindi vengono preparati a non reagire a certe situazioni e stimoli che potrebbero metterli in difficoltà. Poi si comincia a portarli fin da cuccioli nell’ambiente di destinazione, in affiancamento a cani esperti, e piano piano si introduce il cane prima in contesti semplici, poi sempre più complessi, fino a quando non sia in grado di sentirsi a proprio agio ovunque». I cani vengono scelti in base al paziente? «Sì, in base al paziente e al lavoro specifico richiesto. Alcuni cani, infatti, lavorano con un fisioterapista che ha come obiettivo la stimolazione di un paziente, quindi devono svolgere un’attività più fisica e più energica, altri invece lavorano in contesti in cui è richiesta molta calma, a esempio con pazienti psichiatrici o con Alzheimer, che presentano quindi rallentamenti cognitivi, per cui le risposte del malato si fanno attendere e, di conseguenza, il cane deve avere una reattività diversa e dare il tempo alla persona di esprimere, con la difficoltà che ha, una risposta con i suoi tempi». Che importanza ha per lei quest’attività? «È il mio lavoro da più di dieci anni e sono orgogliosa di essere riuscita a fare qualcosa per gli altri attraverso i miei cani e la relazione che sono riuscita a stabilire con loro. Questo non è solo un lavoro, è una missione, perché è fondamentale per me poter essere d’aiuto a chi ha bisogno grazie ai miei cani, là dove la relazione uomo-uomo ha fallito». Ci sono razze di cani più predisposte? «Sì, io amo particolarmente lavorare con cani come golden retriever, barboni, labrador, cani cioè che hanno una particolare docilità e voglia di incontrare e collaborare con l’uomo, cioè presentano un’alta pro-socialità. Questa è una cosa fondamentale, che non si può insegnare a un cane, è innata, e anche all’interno di queste razze bisogna saper scegliere il cucciolo che mostra già un potenziale, quindi bisogna essere molto preparati quando si sceglie un cane da pet, per saper riconoscere i segnali che un cucciolo dà». I pazienti si affezionano ai cani ed è per loro difficile lasciarli? «Sì, infatti il paziente va preparato al distacco dal cane al termine della seduta: avere la prospettiva di ricominciare l’attività è fondamentale per il malato, che chiede quando torneremo ed è il motivo per cui si cerca di dare abbastanza continuità ai progetti, che spesso durano anni». Perché ha scelto quest’attività? «Dodici anni fa è nato mio figlio, che ha una rarissima malattia genetica, per cui non sarei più stata in grado di portare avanti il mio lavoro da impiegata. Sono stata anni in ospedale con lui e volevo fare qualcosa che avesse un senso e che potesse darmi la possibilità di lavorare con i miei cani, quindi ho scelto di iscrivermi nuovamente all’ università, ho preso Nina, il cane con cui ho fatto tutta la formazione universitaria, e ho cominciato questo viaggio». Rebecca Zini, classe 3^A

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