Campionato di Giornalismo il Resto del Carlino

«Mio padre dopo Auschwitz»

TANTI penseranno che questo libro è l’ennesimo che parla di Auschwitz, ma non è così. Infatti qui, Marcello Kalowski, figlio di un sopravvissuto di Auschwitz, tenta di volgere lo sguardo su ciò che è accaduto, che ha impedito il normale svolgersi delle vite degli internati nei campi di concentramento e proiettando quei pochi sopravvissuti ad un’esistenza che non è mai riuscita a sanare quelle ferite. Abram, padre dell’autore, ha vissuto solo i suoi primi 14 anni come momento di vita serena e spensierata; poi il ghetto prima, e l’orrore dell’olocausto dopo, hanno distrutto il suo mondo. Pur cercando di ricostruirsi una vita, mettendo su famiglia e trovando lavoro, non è mai riuscito a superare gli orrori di Auschwitz, cadendo poi definitivamente in una fase di depressione, chiudendosi in un angosciante silenzio. Un silenzio che ha fatto pensare Kalowski, riguardo alle tremende complicazioni in agguato dietro lo sguardo tranquillo e il sorriso buono ed aperto che gli rivolgeva ogni mattina. Questo fatto ha indotto l’autore, dopo la morte del padre, a scrivere il libro, assumendosi il compito di dare voce al suo silenzio. «Sono io che debbo costruire quel ponte, perché la sua esistenza, subita e vissuta con coraggio, e le contraddizioni, le incertezze, le angosce, le sue debolezze acquistino il senso e la dignità che meritano» afferma Kalowski. L’autore si sente orgoglioso di suo padre, che ammira il modo in cui, nonostante tutto, si è sempre dimostrato un padre amorevole e un marito affettuoso e che ha sempre cercato di nascondere il suo dolore per evitare che questo incidesse sulla vita dei figli. Durante la fase di depressione, Kalowski ammette di aver, a volte, gettato la spugna, e di essersi sentito in colpa ,dopo la sua morte, per non aver fatto abbastanza per rimediare alla malattia. L’autore sostiene che non sia abbastanza ricordare ciò che è successo per mano della follia dell’uomo un solo giorno l’anno, ma che sia necessario ricordare tutti i giorni, perché, come dice Primo Levi, «se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare». Dato che quasi tutti i testimoni sopravvissuti alla Shoa stanno scomparendo, il compito di testimoniare spetta alle generazioni future. Il dovere di ricordare coincide con il prendere le distanze e condannare, senza ambiguità, l’operato di quelle formazioni politiche che hanno ancora, tra i loro caratteri distintivi l’antisemitismo, l’odio razziale e il richiamo all’ideologia nazi-fascista. Per sensibilizzare le giovani generazioni a quella che è stata una delle più terribili azioni della storia umana è importate condividere il ricordo e coltivare la memoria. Alice, Agnese, Sofia e Alessia 3 C