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Le nostre radici nella mostra sui longobardi

«I LONGOBARDI. Un popolo che cambia la storia»: è il titolo della mostra inaugurata il 3 settembre scorso al Castello Visconteo di Pavia, attualmente al Museo archeologico nazionale di Napoli (Mann) fino al 25 marzo. Chi non sarà riuscito a visitarla fino a quel momento avrà un’ultima possibilità, ad aprile infatti, sarà visitabile al museo Ermitage di San Pietroburgo. Tre sedi legate alle vicende di questo popolo guerriero che ha lasciato profondi segni nella storia d’Italia e molto anche nel territorio maceratese. Uno dei documenti più importanti che troviamo in mostra è l’Editto di Rotari, la prima raccolta di leggi scritte dei Longobardi, promulgata nella mezzanotte tra il 22 novembre e 23 novembre 643. Perché stiamo parlando proprio di questo popolo e di questa mostra, tra le tante del panorama locale e nazionale? Perché da Pollenza, più precisamente da Rambona, proviene uno dei documenti più importanti esposti nella mostra: il Dittico di Rambona che risale al IX secolo. E perché in esso è intagliato nell’avorio il nome della regina longobarda Ageltrude, fondatrice dell’Abbazia di Rambona. Il prezioso documento (dimensioni 31.5 cm x 27.3 cm) che quando non è in mostra, si trova ai Musei Vaticani, è sempre esposto in copia, nel presibiterio della nostra Abbazia. Tutti i pollentini lo conoscono. Con la nostra classe, le professoresse Floriana Menichelli e Sabrina Ricciardi, siamo andati a vederlo. Sebbene sia solo una copia dell’originale, ci ha stupiti per la quantità e la bellezza dei dettagli. Le due tavolette rappresentano l’immagine del Redentore sostenuta da due Angeli e il Crocifisso. Nel vertice della Croce è scritto “Rex Ivdeorvm” secondo quanto riportato nel Vangelo di Marco, mentre sopra ancora vediamo “Iesus Nazarenus Rex Judeorum”. L’artista ha voluto riunire le due rappresentazioni di nostro Signore: in alto la figura trionfante di Cristo benedicente nella gloria degli Angeli, sotto, Cristo Crocefisso, ma nell’una e nell’altra rappresentazione è sempre il medesimo Cristo che proclama la sua regalità. Sopra alle due estremità del braccio orizzontale della Croce, sono due figurette con una mano appoggiata al viso e con l’altra sorreggente lo strumento di tortura: il flagello. Quella a sinistra porta scritto sopra il capo Sol quella a destra Luna. Sotto al Calvario una lupa dall’aspetto minaccioso allatta Romolo e Remo, segno evidente della ricerca di continuità con l’Impero romano. Nella tavola di destra invece - ecco la testimonianza che ci interessa -, sotto alla Vergine in trono con il Figlio tra due cherubini e l’indicazione di S. Gregorio, S. Flaviano, S. Silvestro quali originari patroni dell’Abbazia, è la scritta “Rambona Ageltruda Construxit”. Ageltrude è una regina longobarda, figlia di Adelchi principe del Ducato di Benevento e moglie di Guido Duca di Spoleto, Re d’Italia e Imperatore, incoronato da Papa Stefano V il 21 febbraio 891. I Longobardi si convertirono al Cristianesimo, un po’ per opportunità politica e un po’ per fede sincera. Molti re ed aristocratici affinché si conservasse la loro memoria, decisero di fondare chiese e monasteri, talvolta ampliati nella successiva età carolingia. Questo è anche il caso dell’Abbazia di Rambona in cui elementi longobardi e carolingi si mescolano. La mostra per questo e molto altro, è davvero interessante e se volete approfondire, non solo il Dittico di Rambona, ma anche tutte le altre splendide opere esposte, correte a visitarla, anche in Russia se necessario. Noemi Tedeschi e Giorgio Menchi III B

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