Campionato di Giornalismo il Resto del Carlino

«Coraggio e lealtà, ecco il mio bisnonno»

GLI ALUNNI della classe prima A della scuola Francesco Venezze hanno cominciato a parlare, durante una lezione di religione, dei nonni e bisnonni. Giovanni ha così raccontato del suo bisnonno Gino. La storia ci è piaciuta così tanto che abbiamo pensato di proporla per il campionato di giornalismo. IL MIO BISNONNO BERNARDINELLO GINO PRIMO E’ nato nel 1903, morto nel 1987. E’ nato da una famiglia umile, di braccianti agricoli ed è il primo di due figli. Ha visto morire sua mamma giovane. Aveva il padre risposato con una donna che lo trattava male. Ha studiato fino alla terza elementare, ma era un uomo intelligente. E’ riuscito a imparare a leggere, scrivere e a fare i calcoli. Fare i calcoli gli ha permesso di essere il fattore, il capo dei braccianti alle dipendenze del fittavolo, che era quasi sempre analfabeta e bisognoso di qualcuno che controllasse i conti. Era una persona legata alle idee di sinistra, pur senza essere impegnato in politica, questo lo rendeva un capo rispettabile per i braccianti e lo portava a continui scontri contro i fittavoli, che lui disprezzava. In quel tempo la terre erano di ricchi latifondisti che utilizzavano l’affitto per farle rendere. Questi “fittavoli” sfruttavano i braccianti come manodopera a basso costo, spesso non pagando loro nemmeno il necessario per sopravvivere. Essere antifascista per il bisnonno significava opporsi allo sfruttamento dei braccianti agricoli da parte dei fittavoli, che perlopiù erano fascisti. Il bisnonno si sposò giovane con la mia bisnonna Pavani Maria detta Rosa. Se l’età gli aveva impedito di partecipare alla prima guerra mondiale, il regime fascista lo mandò a combattere, nonostante due figli, nella guerra coloniale in Africa. Il mio bisnonno era una persona molto decisa, con un senso della dignità ed un atteggiamento morale radicale. Un giorno la mia bisnonna gli fece giungere una lettera che un tenente, per censura militare, aprì e, vedendo che aveva chiamato la colonia “Fibia” anziché Libia, pensò bene di leggere davanti alla camerata per deriderla. A quel punto Gino prese la spada appesa al muro sopra la testiera del letto e rincorse l’ufficiale per quattro padiglioni con la ferma intenzione di decapitarlo, fermandosi solo quando il comandante fece scudo col suo corpo al malcapitato. Inutile dire che i successivi mesi li passo in una prigione militare. Conclusa la guerra coloniale, tornato in patria, scoprì che la giovane figlia era destinata ad un campo di lavoro in Germania per aver rifiutato il corteggiamento del podestà locale. Si offrì quindi volontario per sostituirla e, giunto in Germania si ritrovò prigioniero di un contadino che lo alloggiava in una baracca e lo scortava armato nei campi. Si ammalò di ulcera e venne operato da medici tedeschi. Mentre era ancora con la ferita aperta, vide arrivare i Russi che occuparono i territori tedeschi. Fu fatto prigioniero e trasferito in Russia con una marcia a tappe forzate. Oltre che alla sua resistenza, la sopravvivenza arrivò da un giovane ufficiale russo, che lo considerava quasi come un padre ed in più occasioni gli permise di salire sui carri. . Giovanni Bernardinello Classe 1A Venezze

per leggere la pagina clicca qui