Campionato di Giornalismo il Resto del Carlino

Migranti, le parole giuste per parlarne

‘LA PENNA che ferisce’ è un progetto dell’associazione di volontariato Anolf Ravenna rivolto alle scuole secondarie della provincia di Ravenna, che ha lo scopo di far riflettere sulle conseguenze delle parole usate dalla stampa, soprattutto in riferimento alle notizie che riguardano gli stranieri. Noi, terza E della scuola Europa di Faenza, abbiamo aderito, accettando così di mettere in discussione l’idea che ci eravamo fatti sulle migrazioni verificandola con dati statistici reali. Siamo entrati nel vivo dell’attività grazie a un quiz interattivo a squadre, reso avvincente da una piattaforma digitale. Così abbiamo capito che la percentuale dei migranti in Italia è dell’8,3%, che le donne sono più degli uomini (53%), e la maggior parte di loro non è musulmana, che contribuiscono significativamente all’economia del Paese. Visto che le nostre percezioni in tema di flussi migratori non corrispondevano ai dati, abbiamo provato a ipotizzarne le cause. Siamo stati guidati in questo da Elisa Fiorani dell’Anolf. Cercando di capire il ruolo e le responsabilità che hanno i media, ci è stata presentata la Carta di Roma. I giornalisti si sono dati delle regole, e in particolare questo protocollo deontologico, per tutelare i diritti dei richiedenti asilo, dei rifugiati e dei migranti nell’informazione. «Sulle idee si può discutere, le persone e i loro diritti si devono rispettare», ci ha spiegato Elisa. Secondo la Carta di Roma, la stampa dovrebbe presentare analisi qualitative e quantitative con termini giuridicamente appropriati, non suscitare allarmi ingiustificati e tutelare chi sceglie di parlare con i giornalisti, interpellando inoltre esperti e organizzazioni specializzate per sondare le cause dei fenomeni. Proprio per capire l’impatto delle testimonianze dirette durante il progetto abbiamo incontrato una studentessa universitaria volontaria dell’Anolf di origine albanese: Xhovana. Ci ha raccontato che visto che la sua origine non è riconoscibile dal suo aspetto e nemmeno dal suono del suo nome – in albanese Xhovana si pronuncia Giovanna – non ha mai subito delle pesanti discriminazioni, ma un episodio ci ha colpito. Mentre stava affrontando un colloquio di lavoro, passati a esaminare il curriculum, l’interlocutore, notando la sua provenienza, le ha chiesto se sapesse parlare in italiano, nonostante avesse conversato con lei fino a quel momento: improvvisamente la ragazza che aveva di fronte era diventata una straniera incapace di comunicare in italiano. Per proseguire la riflessione sulla Carta, ci si è soffermati su parole come ‘clandestino’, che non solo è giuridicamente scorretto, ma riferito alle persone, dà loro una connotazione losca. I richiedenti asilo poi non possono essere mai ‘clandestini’, perché hanno la possibilità legale di chiedere protezione internazionale e vedere esaminata la loro domanda. In generale, non possono esistere persone illegali, solo le azioni lo sono, e non avere il permesso di soggiorno non significa essere dei criminali, ma non essere in regola con la normativa sul soggiorno regolare nel nostro Paese. È meglio quindi utilizzare ‘migrante irregolare’. Nel secondo incontro, con l’aiuto della giornalista Daniela Verlicchi, abbiamo esaminato e confrontato vari articoli di stampa e media locali per verificare il rispetto del codice deontologico. Anche se non manca chi ancora usa la parola clandestino, addirittura riferito a minorenni, abbiamo trovato anche casi in cui l’informazione teneva conto di testimonianze dirette presentando buone pratiche. In questi due incontri abbiamo capito che gli immigrati hanno raggiunto l’Italia per cercare condizioni migliori di vita, sono quasi tutti giovani e, pagando le tasse, contribuiscono al Pil del Paese e alle pensioni. Classe III E

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