Campionato di Giornalismo il Resto del Carlino

Faccia a faccia con Pasolini. «Ragazzi, non siate conformisti La poesia? E’ difendersi e lottare»

SALA Melozzo, Forlì: è appena terminato lo spettacolo teatrale P.P.P. E avrà il nome di Speranza (realizzato dalle classi 3ªA e prime elementari di Castrocaro Terme e Terra del Sole, regia di F. Bellini), ispirato alla vita di Pasolini, poeta, intellettuale, letterato e regista. E’ qui con noi proprio Pier Paolo Pasolini. In quest’opera teatrale, quali aspetti della sua vita vengono sottolineati? «Con questa recita ho riavvolto la pellicola della mia vita per rivederne ancora alcuni spezzoni; in particolare il mio anticonformismo, il mio amore per il sottoproletariato, la vita in campagna, il mio trasferimento a Roma e alcuni momenti difficili che ho passato: la morte di mio fratello Guido, partito partigiano delle Brigate cattoliche e ucciso in Carnia nel 1945 da partigiani filosloveni per il suo senso di giustizia. Una giustizia che spiego in questi versi, recitati dai ragazzi: ‘Quella luce era speranza di giustizia. Non sapevo quale giustizia’». Il suo giudizio sullo spettacolo è, quindi, positivo? «Devo dire che è stato davvero da pelle d’oca: ho ripensato a tutti i momenti passati con la mia famiglia, da quando ero a Casarsa a quando mi sono trasferito a Roma con mia madre nel 1950». Ha citato sua madre: le va di parlarci di lei e di suo padre? «Sono nato il 5 marzo 1922 a Bologna da padre romagnolo e madre friulana. Quest’ultima, Susanna Colussi, era una maestra elementare, che, quando avevo 7 anni, ha scritto per me un sonetto: da allora ho iniziato a scrivere anch’io poesie. Mio padre Carlo Alberto era un ufficiale di fanteria ed è stato imprigionato in Kenya durante la seconda guerra mondiale». Quali le tappe fondamentali del suo percorso di studi? «Ho iniziato le elementari nel 1928, per poi trasferirmi a Casarsa dove mi sono appassionato alla poesia. Mi sono laureato in Lettere nel 1945 a Bologna». Perché si è trasferito a Roma? «Perché il Friuli era un ambiente troppo ‘stretto’ per me a causa del mio anticonformismo che non veniva accettato. A Roma, cercando lavoro, ho scoperto il sottoproletariato, che allo stesso tempo adoravo (perché è costituito da persone anticonformiste) e odiavo (perché mostrava l’incapacità di opporsi a chi è al potere)». Definisca ‘conformista’. «Una persona che si adatta facilmente alle opinioni, agli usi prevalenti, alla politica ufficiale, alle disposizioni e ai desideri di chi ha il potere: ‘Questa gente che segue supina ogni richiamo dei padroni, adottando le più infami abitudini di vittima predestinata’». I giovani di oggi sono conformisti o anticonformisti? «L’anno scorso molti ragazzi indossavano le stesse scarpe. Magari di colori diversi o con i lacci di diversa misura, ma erano le stesse scarpe. E questo a cosa ha portato? Qualche anno fa si cercava di non comprare le stesse cose, oggi invece più siamo uniformati più siamo visti dagli occhi degli altri come dei grandi. Non va bene. Non ha senso essere tutti uguali». Lei è diventato poeta grazie a sua madre, ci racconti. «Dal sonetto che mia madre mi ha dedicato ho capito che la poesia nasce; da quel momento non ho più smesso di scrivere, senza di lei non sarei diventato quello che sono. La mia vita è stata costruita dalle scelte che ho fatto e dalle strade che ho preso». Dunque, chi è il vero poeta? «Colui che nella poesia mette passione, liberando i pensieri. La poesia è difendersi e lottare, come ci insegna Dante Alighieri». A quali altri poeti del passato si ispira? «Non bisogna dimenticare avvenimenti e autori importanti: senza il passato non si potrebbe vivere il presente e pensare al futuro. Soprattutto mi ispiro a San Francesco e a Giacomo Leopardi». Si stanca mai di rileggere le poesie dei suoi autori preferiti? «Non mi stancherei mai di leggerle, perché imparo sempre qualcosa di nuovo». Lei è solo un poeta o anche un intellettuale? «Sono anche un intellettuale: un uomo libero, che non ha paura di esprimersi e che cerca sempre la verità». classe 3ªA