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Botte in classe, ma la scuola non è un ring

ORMAI SEMBRA la moda del momento. Il professore rimprovera uno studente? Viene aggredito fisicamente. Mette un brutto voto? Viene denunciato. La violenza fisica e verbale non è mai tollerabile, figuriamoci nel luogo deputato all’educazione, ovvero la scuola. E non si tratta purtroppo di casi isolati. E’ successo a Foggia, dove un professore è stato preso a pugni alla testa e all’addome dal padre di un alunno solo perché lo aveva rimproverato. In provincia di Caserta, invece, una professoressa è stata sfregiata al volto da uno studente che non voleva essere interrogato, mentre ad Avola, a distanza di venti giorni, si sono verificati due casi gravi di aggressione nei confronti dei docenti. Molti casi sono anche demenziali. Come un alunno che, a Bari, ha tirato un chewing gum in faccia alla professoressa. E sul web e sui social impazzano i filmati di tali «imprese epiche». Sembra essersi definitivamente rotto un equilibrio: in classe e fuori la classe si registrano con frequenza accanimenti sui docenti. E come sostiene Paolo Crepet, noto psichiatra e sociologo italiano, «Si tratta di una vera e propria emergenza, che però deve essere gestita a partire dal tessuto familiare, perché non è possibile attribuire sempre tutta la responsabilità alla scuola». Genitori e insegnanti, infatti, dovrebbero collaborare, pur nella diversità dei ruoli, per favorire la maturazione dei ragazzi, accompagnarli nel processo di crescita, contribuire alla loro educazione. Alcuni e genitori, invece, vedono l’istituzione scolastica come antagonista e diventano, così, difensori dei figli, contrapponendosi a maestri e a professori. Questo accade spesso perché i genitori, soprattutto quelli con un solo figlio, riversano le loro aspettative su di lui, proteggendolo da qualsiasi tipo di rimprovero o aggressione. A questo proposito, il famoso professore e scrittore, Alessandro D’Avenia, scrive: «Degni di rimprovero sono i genitori che non esigono per i loro figli una severa disciplina. Essi devono abituare gradualmente i giovani alle fatiche, lasciare che si imbevano di letture serie e che conformino gli animi ai precetti della sapienza». Sarebbe utile, inoltre, creare spazi di riflessione, sia tra genitori ed insegnanti, sia tra alunni e docenti, magari col sostegno dello psicologo della scuola. Bisogna assolutamente recuperare l’abitudine al confronto con gli altri.

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