Campionato di Giornalismo il Resto del Carlino

«Noi, dentro la Shoah»

LA SHOAH, con il suo carico di violenza e il truce annientamento della vita umana è una delle pagine più orribili della storia dell’umanità. In un quadro segnato dalla negazione della dignità della persona, una pagina tutta particolare va riservata alle donne: alle orribili torture a cui furono sottoposte, al surplus di violenza che si consumò sui loro corpi e sulle loro menti. Per questo, il 26 gennaio 2018 abbiamo portato in scena uno spettacolo il cui copione è stato tratto dalla mostra «Punti di Luce», sul ruolo della donna durante la Shoah, e dal libro «Io non mi chiamo Miriam», di Majgull Axelsson. Miriam era una ragazza Rom, il cui vero nome era Malika; attraverso i ricordi della sua vita da giovane, ha svelato qualcosa di lei durante la festa per il suo ottantacinquesimo compleanno, richiamando alla memoria le percosse e i maltrattamenti subiti nei lager e come si sia finta una ragazza ebrea per sfuggire alle persecuzioni tedesche. Le storie parallele da noi realizzate, hanno riguardato esperienze di donne durante la Shoah, tra le quali anche alcune imolesi come Luciana Righini, Nella Monducci e Virginia Manaresi. Queste storie raccontano del coraggio di certe donne, che non si arresero nonostante le difficoltà, ma anzi compirono grandi sacrifici per riuscire a sopravvivere, spesso sacrificando la propria dignità. Non è stato facile rimanere estranei a un’esperienza che così profondamente ci ha coinvolti, anche come classe. Ecco dunque che ognuno di noi di IIIA ha portato a casa qualcosa, alla fine di questo laboratorio. ELENA, per esempio, ha percepito la sofferenza degli ebrei, il dolore che hanno subito, ha compreso la gravità delle torture. Ha capito quanto i campi nazisti potessero essere crudeli. Alessia, grazie al laboratorio, ha compreso meglio il significato di parole come «Olocausto», «Shoah» e «lager». Agnese si concentra invece a ricordare che molte persone sono state dei veri ‘combattenti’, poiché hanno continuato la lotta per ciò in cui credevano e per la loro libertà. Nadia, che partecipa al laboratorio per il terzo anno consecutivo e che ha lavorato anche alle scenografia, spiega che il progetto dà la possibilità di vivere emozioni uniche nel loro genere, immedesimandosi nei personaggi. Portare in scena una piccola parte del «Diario di Anne Frank», le ha fatto capire come una ragazza ebrea della sua età abbia passato questo periodo terribile, senza però arrendersi e lasciarsi andare, ma continuando a lottare sempre. Una ragazza che aveva come desiderio quello di diventare scrittrice ci ha dimostrato che, se lo si vuole veramente, prima o poi i sogni si realizzano, anche quando magari si ha smesso di sperarci, proprio come accadde a lei. Dopo la sua morte, quando ormai il suo sogno era divenuto irrealizzabile, suo padre ha pubblicato il suo diario, facendo conoscere la sua storia in tutto il mondo. Nella parte scenografica, ispirata alla mostra «Punti di Luce», è stato sviluppato il tema delle donne e il loro ruolo nella società. NADIA fatica a capire il motivo per cui furono trattate in quel modo, perché, in fondo, soltanto grazie a loro, le case e le famiglie continuarono ad andare avanti. Ricordare quanto avvenuto in passato, ci ricorda ancora Nadia, è fondamentale, ed è fondamentale non dimenticare per evitare di commettere gli stessi errori: la «memoria» è il vaccino contro l’indifferenza. A Giorgia, ancora, il laboratorio è piaciuto per le conoscenze apprese; per lei è stato interessante il tema della maternità. La sua parte recitata, infatti, affrontava questa tematica, insieme a quella del lavoro femminile. È rimasta colpita dal fatto che, per amore dei figli, le madri decisero in ogni caso di proteggerli, anche morendo. GIACOMO, poi, si concentra sui diritti: in quel momento storico sono stati compiuti atti di crudeltà che possono essere considerati disumani; sono stati spazzati via i diritti umani, perché considerati superflui. Per Joey, il laboratorio è anche molto attuale e inerente ai fatti che stanno accadendo oggi; ha infatti compreso l’importanza di tutte le lotte in nome della libertà e dei diritti per la pari uguaglianza fra uomini e donne. IRENE, inoltre, ci invita a riflettere sul fatto che, quando si parla di «Olocausto» o «campi di sterminio» si pensa che le torture siano state uguali per uomini e donne, anche se non è stato così. Infine, al coro delle nostre voci di IIIA, si aggiunge quella di un’altra attrice, Rebecca, nostra collega di IIIF e di laboratorio. Rebecca punta la sua attenzione all’intento del progetto: quello di far cogliere il più bel insegnamento possibile al pubblico; far capire la disperazione, la perdita di dignità, la cattiveria che persone come tutti noi hanno provato. «Parlare della guerra non è semplice», ci ricorda, «ma altrettanto difficile è parlare della devastazione: persone rinchiuse, tenute prigioniere, torturate, massacrate soltanto per essere ebree, rom, oppure politicamente dissidenti rispetto al regime. È per questo che si è tanto orgogliosi di aver partecipato a questo spettacolo: perché la guerra non riguarda città, paesi, nazioni ma riguarda tutti noi». E un grazie particolare va alle professoresse, Maria Di Ciaula e Liliana Genovese, curatrici del progetto. «È grazie a loro», ricorda Rebecca, «che abbiamo potuto essere per la prima volta attori e non spettatori; grazie a loro abbiamo presentato ai nostri amici e ai cittadini imolesi, in modo creativo, il Giorno della Memoria perché “se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”». Classe 3ªA © RIPRODUZIONE RISERVATA

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