Campionato di Giornalismo il Resto del Carlino

Cibo e vita contadina nel dopoguerra

I racconti delle nonne: «Bastava poco per farci vivere momenti di allegria»

LE NONNE Maria, Carolina, Elisa e Graziella sono delle tipette ancora vispe e lucidissime soprattutto quando chiedi loro di riferire del passato, in particolare di quando, ancora adolescenti dovevano farsi carico delle faccende domestiche e della cucina. La loro era una famiglia patriarcale con la presenza dei nonni paterni, genitori, cognati e cognate, zii zitelli e una miriade di nipoti. Quando chiediamo informazioni sul tipo di alimentazione prevalente, le nonne sorridono e rispondono che non c’era molta scelta: gli unici ingredienti che non mancavano quasi mai nella dispensa erano le patate, la farina, i legumi e la passata di pomodoro. Il menù variava con le stagioni e con gli ingredienti di cui disponevano in un determinato periodo dell’anno. In genere, per colazione, avendo a disposizione il latte delle mucche che allevavano, apparecchiavano latte e caffè d’orzo con pane fatto in casa, abbrustolito con la graticola sul fuoco del grande camino che avevano in cucina e che costituiva l’unica fonte di calore per tutta l’abitazione. Il babbo e gli zii che avrebbero dovuto affrontare una lunga giornata di lavoro nei campi, mangiavano anche, a seconda delle stagioni, pane con olio e pomodoro oppure nei mesi freddi salsiccia o braciola del maiale da loro stessi allevato e macellato. Quando il lavoro richiedeva un impegno continuo come per la mietitura, erano loro , ancora adolescenti, a preparare, in un canestro, pane, salame, formaggio, ciambellone cotto nella stufa a legna; poi portavano tutto ai famigliari impegnati nella mietitura; naturalmente il tutto era accompagnato da un buon bicchiere di vino rosso spillato dalla botte di rovere della loro cantina. Anche il pranzo, spesso, veniva servito imbandendo una tovaglia sul campo appena mietuto con lo scopo di non far perdere troppo tempo agli uomini nel tornare a casa a consumare il pasto. La nonne ci tengono a precisare che tutti i momenti più importanti del lavoro dei campi e delle festività era accompagnato da ricette particolari: l’oca o l’anatra fatta arrosto nel periodo della trebbiatura, la ciambella col mosto durante la vendemmia, la pizza con le noci, i fichi e l’uvetta nel periodo di Natale, la ciambella nelle festività pasquali. La polenta fumante, stesa sulla tavola, costituiva uno dei momenti più belli e festosi delle giornate invernali fredde e nevose. Di sicuro era un cibo povero ma «bastava poco per farci vivere momenti di allegria». Classe III A