Campionato di Giornalismo il Resto del Carlino

Un giorno da adulta. «Ora capisco i miei genitori»

QUEL momento tanto odiato era ormai giunto. Erano le sette di mattina e come di consueto la sveglia iniziò a emettere quel suono stridulo ed irritante. Alzai la testa dal morbido cuscino, appoggiai i piedi sul parquet e spensi quell’aggeggio infernale che mi aveva svegliato. Con svogliatezza raggiunsi la cucina, ma mi fermai. Dov’erano i miei genitori? Erano le sette e mia madre di solito restava sempre con me per fare colazione, prima di andare lei al lavoro e io a scuola. Dopo un momento di stupore decisi di non dare tanta importanza al fatto che non ci fosse; magari era andata a lavorare prima, chissà. Riempii una tazza di latte, la misi nel microonde e chiusi lo sportello; notai uno strano riflesso. Ero io, ma ero diversa. Con lo sguardo corrucciato e perplesso raggiunsi il bagno per potermi guardare allo specchio: non mi sembrava vero. Rimasi immobile davanti al riflesso di una me adulta. Adulta. Più lo ripetevo, meno mi sembrava vero. Non esitai un attimo: andai in camera mia ed afferrai il primo capo che mi capitò sotto mano. Era un maglioncino della mia taglia, quella che portavo ormai da adulta. Incredula, presi un altro completo, poi un altro, e poi un altro ancora. Tutti della mia taglia. Impossibile, pensai. Andai in salotto e notai una borsa sul tavolo. Era sicuramente mia, dato che ero da sola in casa; la svuotai completamente. Nel contenuto erano compresi documenti, chiavi ed un portafoglio. Presi quelle che sembravano la mia carta d’identità e la mia patente. Com’era possibile? Scoprii, leggendo i documenti, di avere ventinove anni, di vivere a Milano e di lavorare come avvocato. Potei solo immaginare l’orgoglio negli occhi dei miei genitori. A proposito, i miei genitori? Se io ero ormai adulta, che fine avevano fatto loro? In men che non si dica, presi il cellulare e provai a chiamarli. Squilli su squilli si susseguirono in pochi minuti. Nessuna risposta. Temetti subito il peggio, ma proprio un attimo dopo il telefono riprese a squillare. Appena risposi riconobbi subito la voce di mia madre. Ero sul punto di scoppiare a piangere di gioia, ma quando mia madre riprese a parlare notai le parole della sua voce dettate in modo lento e con voce rauca. Era invecchiata anche lei come me e la tristezza prese il sopravvento. Avrei voluto passare molto più tempo con lei e godere dei suoi sorrisi che erano capaci di illuminare la stanza. Parlammo un po’ e mi disse che ero partita da Milano per andare a trovare lei e mio padre, solo che quel pomeriggio non li avevo trovati in casa perché dovevano sbrigare delle commissioni. QUANDO lei riattaccò l’ansia pervase in me. Cosa avrei dovuto fare adesso? Cercai di schiarirmi le idee. Ero adulta. Dovevo fare cose da adulta. Abbandonai il salotto di casa con la borsa e mi diressi verso il garage. Estrassi dalla borsa le chiavi della macchina, aprii lo sportello ed inserii la chiave. Ancora una volta, panico. Ovviamente non ricordavo di aver sostenuto l’esame di guida, ma appena appoggiai la mano sul volante, un dejavou mi infuse sicurezza. Sicuramente avevo già guidato prima, e con questa considerazione partii verso quella che era la mia casa a Milano. Il viaggio durò molte ore e fu stancante. Il navigatore mi portò direttamente davanti a casa mia. Una porta di legno segnava l’ingresso. Entrata nella casa rimasi piacevolmente sorpresa. Era una casa molto accogliente e mi piaceva molto. Il giorno seguente mi recai al lavoro, in tribunale, per difendere un uomo accusato di omicidio. Scoprii subito che quel lavoro faceva per me, lo trovavo intrigante e interessante. Passarono così le giornate tra lavoro, spesa e casa. Mi ci volle un po’ per abituarmi alla vita da adulta, imparai a mantenermi e il sentirmi responsabile e autonoma mi faceva sentire soddisfatta. Devo ammettere però che era molto stancante e solo così riuscii a capire che cosa provavano i miei genitori. Passarono due settimane ed ero appena tornata a casa dal lavoro; stremata mi addormentai sul divano. Poi …A svegliarmi fu un tocco soffice, morbido e lento. Era inconfondibile: era mia madre che mi sussurrava: «Tesoro, svegliati! Sono le sette e devi andare a scuola!». Alicia Clementi, classe 3A

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