Campionato di Giornalismo il Resto del Carlino

«Ogni guerra è sempre sbagliata e inutile»

PER QUASI due anni furono loro i protagonisti della Liberazione. Venti mesi di vita, di guerra, di speranza e di disperazione. Venti mesi nei quali i partigiani riscrissero la storia. La Resistenza, o guerra di Liberazione che dir si voglia, tra il settembre del 1943 e l’aprile del 1945, coinvolse un numero difficilmente stimabile di persone, soprattutto giovani: solo nell’aprile 1945 si arrivarono a contare 130mila combattenti o patrioti (saliti fino a 250-300 mila nelle giornate insurrezionali). Sulla scorta della memoria e di questi numeri, le suole Sante Zennaro, a Imola, hanno intervistato un ex combattente. L’autore di questa chiacchierata con un partigiano è Alessandro Di Ruzza (1A). QUANDO leggo i libri di storia spesso mi chiedo che cosa facesse un partigiano e dove trovasse il coraggio per rischiare ogni giorno la sua vita per i suoi ideali. Ve lo siete mai domandato anche voi? Qualche settimana fa ho avuto l’occasione di parlare con Vittorio Gardi, riconosciuto partigiano con il grado di sergente dall’1° aprile 1944 al 14 aprile 1945, e non mi sono fatto sfuggire l’occasione di porgli diverse domande per capire com’era la sua vita durante la Seconda Guerra Mondiale e cosa voleva dire essere un partigiano nella nostra zona. Prima di tutto: perché sei diventato un partigiano? «Mio padre usciva spesso di nascosto e una sera gli chiesi dove dovesse andare tutte le sere. Lui mi rispose semplicemente che sarei potuto andare con lui, se avessi voluto, ma che avrei dovuto fare tutto quello che mi avrebbe detto. Fu così che diventai un partigiano». Cosa facevi di preciso? «I partigiani erano divisi in Sap e Gap e io facevo parte dei Sap, il gruppo dei più giovani, mentre nell’altro gruppo c’erano gli adulti. All’inizio facevamo azioni di disturbo a danno dei nazisti, per esempio spostavamo i cartelli e mettevamo dei chiodi per rendere più difficili i loro spostamenti». Sei mai stato in prigione? «Sono stato catturato dai nazisti una volta. Due volte non potevi essere catturato… o meglio, non potevi raccontare il secondo arresto, perché venivi ucciso. Comunque, passai l’inverno del 1944 a Osteriola facendo varie azioni di disturbo, nonostante la presenza dei tedeschi e di persone che avevano aderito al Partito Fascista, pronte a tradirci. Il 26 febbraio eravamo tutti all’azienda ‘Ghina di mezzo’. Ci eravamo ritrovati in sette - otto per paura delle bombe. Quella mattina non c’era mio babbo perché era a Osteriola a dedicarsi alla macellazione della mucca». «Mentre noi pulivamo le armi, vedemmo un gruppo che, lungo la San Vitale, veniva verso di noi, ma da lontano non si riuscivano a vedere bene e non riuscivamo a distinguere se erano amici o nemici – prosegue Gardi –. Noi non ci allontanammo e restammo lì a fare ciò che stavamo facendo, mentre loro si avvicinavano». «Quando furono vicini ci accorgemmo che erano tedeschi e non partigiani, allora cercammo di scappare, ma un uomo venne fuori dalla casa verso cui ci stavamo dirigendo e iniziò a spararci – prosegue Gardi –. Intanto i tedeschi erano arrivati, ci catturarono e ci portarono a Osteriola, dove c’era stato un grande rastrellamento. Ci fecero stare lì per tutta la notte e ci interrogarono. Ci avevano divisi dalle donne e la mattina seguente ci portarono a Cantalupo, un’altra frazione di Imola. Poi finimmo alla Rocca di Imola, dove iniziarono gli interrogatori e le torture e per intimorirci. Ci denudavano completamente e ci davano le cinghiate. Durante gli interrogatori fatti dalla Gestapo ci chiedevano dove avevamo messo le armi e dove si nascondevano gli altri gruppi. Passammo otto giorni lì – conclude Gardi – e l’ultimo giorno portarono via mio babbo, catturato a Osteriola. Venne incarcerato a Bologna, dove fu fucilato poco dopo. Noi, invece, un giorno trovammo la porta aperta e scappammo. Così riuscimmo a fuggire». Come definiresti la guerra a cui hai partecipato? «Inutile come tutte le guerre». Alessandro Di Ruzza (1A delle scuole Sante Zennaro)

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