Campionato di Giornalismo il Resto del Carlino

Insieme per non dimenticare l’orrore

ECCO LA PRIMA inchiesta della classe terza D della scuola ‘Sante Zennaro’ di Grignano polesine. I giovani cronisti, seguiti dalla docente Gisella Montagnolo, hanno fato un ‘pezzo’ sul giorno della memoria. Questo evento, che si celebra ogni anno il 27 gennaio, è nato per mantenere vivo il ricordo di ciò che è stato, per impedire che vengano dimenticate le tante storie di chi è stato perseguitato e ucciso dalla furia nazista che ha sconvolto l’Europa durante la seconda guerra mondiale. «A volte le storie che non riusciamo a raccontare sono proprio le nostre, ma se una storia non viene raccontata diviene qualcos’altro. Una storia dimenticata». Il tempo delle parole sottovoce Fu in un borgo tranquillo. Io ero ancora bambino. Avevo un amico, un amico vero: si chiamava Oskar. Mio padre e Anton, il padre di Oskar, erano i più grandi amici del mondo. Amici sin da quando erano piccoli, come Oskar e me. Con Oskar ci davamo appuntamento in fondo alla strada, andavamo a scuola. Al ritorno ci mettevamo sempre più del dovuto; il sabato, invece, giocavamo a calcio nel campetto all’uscita dal borgo. Nessun pericolo minacciava la nostra vita di bambini finchè non venne il tempo delle parole sottovoce. Mio padre e il suo amico Anton furono sin dall’inizio fra quelli che parlavano a voce più bassa di prima, quasi bisbigliata. Sui muri del borgo si vedeva comparire sempre più spesso una specie di ragno nero che si arrampicava sul fondo rosso sangue di una bandiera. Un giorno eravamo appena entrati in classe. Il maestro disse a Oskar: «Tu! Prendi le tue cose e va in ultimo banco. Kurt, mettiti qui davanti al suo posto!». Poi il maestro gli disse: «Sta zitto, ringrazia il cielo he ti teniamo in classe!». Il padre di Oskar dovette lasciare la banca. Poi Oskar venne espulso dalla squadra di calcio e io rifiutai di tornare a giocare. Al mio amico e ad altri compagni venni proibito di andare a scuola. Venni a sapere che lui e la sua famiglia dovevano traslocare in un altro quartiere. Il padre di Oskar disse al mio: «Se decidessi di darci il tuo aiuto, dovrai venire da noi questa sera, appena si fa buio. Dopo sarebbe troppo tardi». Appena calata la notte mio padre attraversò il giardino e andò a casa del suo amico Anton. Sotto la porta della stanza da pranzo scorse la fiamma di una candela e una lettera: «Caro Heinzi, ti affido la nostra piccola Anais, che abbiamo lasciato addormentata nella culla. Che la nostra amicizia sopravviva tramite la nostra adorata bambina. Grazie, Heinzi, e fatti coraggio! Il tuo amico per sempre, Anton!». Tutto davanti a questi occhi Sami Modiano, uomo greco di 85 anni, racconta la sua esperienza, vissuta con il padre di 45 anni e la sorella Luisa di 16 anni, con queste parole: «Mi ricordo ancora quando mio papà, mia sorella ed io fummo deportati nel campo di concentramento di Birkenau in Polonia nel 1943. Noi tre eravamo nello stesso vagone e per arrivare al campo ci impiegammo un mese. Arrivati al campo di Birkenau, i soldati ci hanno diviso. Gli uomini e i ragazzi (mio papà ed io) nel campo A, mentre le donne e le ragazze (mia sorella Lucia di 16 anni) nel campo B. Mio papà teneva mia sorella e me stretti a sé, però vennero tre soldati e staccarono mia sorella da mio papà e poi lo picchiarono. Mio papà ed io eravamo in due baracche diverse e quindi ci vedevamo e salutavamo solo alla sera. Io, però, volevo vedere a tutti i costi mia sorella. Dopo un mese che eravamo nel campo, provai tre o quattro volte a salire sul filo spinato che divideva il campo A dal campo B. La quinta volta vidi mia sorella che mi salutava: era molto magra, con i capelli rasati. Ci eravamo messi d’accordo di vederci sempre lì, al confine tra i due campi, alla stessa ora. Una sera ho voluto fare un regalo a mia sorella: le ho dato la mia fetta di pane, e lei mi rimandò la sua e la mia fetta di pane. Due, tre giorni dopo mia sorella era morta. Alcuni giorni prima, la sera, avevo detto a mio papà che poteva vedere mia sorella, ma lui rifiutò di vederla, perché voleva ricordarsela bella, come l’aveva vista prima di separarsi da lei. Da quando gli avevo detto che mia sorella era morta, lui si è lasciato andare e aveva deciso di farla finita anche lui. Il giorno dopo sarebbe andato di dottori, che lo avrebbero ammazzato, perché era debole e ammalato. Così pensava di raggiungere in cielo mia mamma, morta qualche anno prima per problemi di cuore, e mia sorella. Quella stessa sera, dopo avermi detto che voleva morire, mi disse: «Tieni duro, Sami, tu ce la devi fare! Poi mi diede la sua benedizione e cercai di tener duro senza di lui in questa «fabbrica della morte». Io ce l’ho fatta, anche se ero molto magro. Fino a quando non sono arrivati i Russi e ci hanno liberato dai nazisti. Tutto quello che ho vissuto non lo dimenticherò mai!». I giovani cronisti della terza D

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