Campionato di Giornalismo il Resto del Carlino

Torture e lager, ricordi di donne

IL TEMA della mostra erano i vari aspetti della vita delle donne all’interno dei campi di concentramento e riguardavano, per esempio il cibo, la fede, l’amicizia, la maternità, la resistenza e i salvataggi, l’essere donna, le arti e l’amore, tutti aspetti che vennero sconvolti quando le leggi razziali entrarono in vigore. Nei campi non esisteva più la femminilità. Molte donne, però, facevano di tutto per non rinunciare alla propria femminilità nella speranza di avere un trattamento più umano come per esempio avere più cibo, non subire abusi o salvare familiari. Qualcuna si fabbricò oggetti femminili come reggiseni o pettini. Le donne venivano spesso umiliate davanti a tutti, dalle guardie. Veniva chiesto loro di spogliarsi, venivano toccate, alcune volte molestate e subivano violenze, sia fisiche che psicologiche. Il cibo scarseggiava molto, per questo, e anche per ricordare la vita passata, le donne scrivevano su fogli di carta trovati a terra ricette che facevano quando erano libere con le loro madri. Addirittura il cibo compariva nei sogni, infatti la notte si sentivano urlare i nomi dei cibi. La fede era naturalmente una fonte di consolazione e anche nelle condizioni più proibitive cercavano di mantenere i riti, per esempio recitavano preghiere tutti insieme o accendevano candele se riuscivano a trovarle. Un esempio di dimostrazione della fede fu Livia Vozalek, deportata ad Aushwitz. Si rifiutò di mangiare pane per una settimana. Lei sopravvisse. Molte donne entravano nella Resistenza e contribuirono a molti salvataggi, andando spesso incontro anche alla morte. Un esempio di salvataggio è la storia di Funny: era una maestra di ginnastica e ad un certo punto il ministero polacco la inviò in Svezia ma scoppiò la guerra perciò tornò al suo paese natale dove c’era il ghetto e lei fu una delle poche che sopravvisse. Inizialmente fece da infermiera a piccoli gruppi di partigiani. Effettuò vari salvataggi e ,dopo la guerra, si trasferì in Israele coi suoi familiari. L’amicizia diventava fondamentale per ricevere sostegno morale e rendere accettabili situazioni molto difficili. Chi era riuscito a portare con sé qualcosa, per esempio un libro, lo condivideva con le altre donne per consolarsi. Molte ragazze dovevano crescere più in fretta per occuparsi dei fratelli o delle sorelle più piccoli: le amiche erano l’unico sostegno che avevano. Hild era un ragazza che suonava il violino ed era entrata in un’orchestra che per direttrice aveva un’importantissima violinista. Essa, vedendo il talento di Hild, la fece sua assistente. Visto che ora Hild era più libera, perché prima era in un campo di concentramento, poteva fare spostare le sue amiche in un posto migliore e alle altre, rimaste indietro, portava del cibo. La maternità ci ha colpito molto perché eravamo curiosi di sapere come le madri curavano i propri figli nel periodo della Shoah. Abbiamo scoperto che avevano due scelte: la prima era di affidare i loro figli ad altre donne e lasciarglieli mentre erano nei campi di concentramento e la seconda scelta era prendere i figli con loro nei campi. Capitava spesso che le madri fossero costrette ad abortire perché impossibilitate ad accudirli, anche se avevano il desiderio di farlo. Genia per esempio, era una donna ebrea, aveva un marito che fu assassinato e un figlio di nome Michael. Dato che non aveva soldi per mantenere il figlio, decise di affidarlo ad una donna polacca e andò in cerca di un lavoro. Si procurò delle carte d’identità false per lei e il figlio, poi andò a lavorare per un medico tedesco. Un giorno questo medico dovette trasferirsi a Vienna e Genia e suo figlio andarono con lui. Genia lasciò Michael in un orfanotrofio, poi però venne scoperta la sua vera identità e la portarono in un campo di concentramento e portò suo figlio con sé. Alla fine morirono tutti e due. Prendersi cura degli altri era molto comune: le donne infatti svolgevano svariate mansioni per aiutare i bambini, erano bambinaie, dottoresse, anche se non avevano il titolo che lo dimostrava, raccontavano delle storie e curavano gli anziani. Lavoravano dalla malattia alla sera e rischiavano la propria vita e la loro salute curando neonati infetti da malattie contagiose. Una storia è quella di Stefania Wilczynska. Si era laureata all’Università di Liegi in Belgio poi tornò a Varsavia e andò a dirigere un orfanotrofio ebraico. Quando iniziò la Seconda Guerra Mondiale, diventò responsabile dell’orfanotrofio che diventava sempre più grande. Nel 1942 ricevettero l’ordine di deportare gli orfani ma Stefania si oppose e marciò con tutti gli orfani, bambini dai 9 fino ai 12 anni, al punto di raccolta. Furono tutti uccisi nel campo di sterminio di Treblinka. Classi 2ª A e 2ª B della scuola Sante Zennaro con le insegnanti Alessandra Brialdi e Daniela Spiga

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