Campionato di Giornalismo il Resto del Carlino

La guerra vista dagli occhi di un bambino

HO CHIESTO al mio nonno che cosa ricordasse della guerra ed ecco il suo racconto. «Ero spaventato. Molto spaventato. Terrorizzato. Avevo solo quattro anni. Ero piccolo e indifeso. Sono nato nel febbraio del 1941, durante la seconda guerra mondiale. Non ricordo praticamente nulla. Ma un particolare mi è rimasto impresso, ed è questo che ti racconterò. Ho vaghi ricordi di mio padre che si dava da fare per ospitare, alla sera, gli americani, i ‘Neri’ come li chiamavo io. Avevo paura di quegli uomini dalla pelle scura che avanzavano verso di me, mettendo involontariamente in mostra l’imponente fisico e la notevole statura. Non volevano farmi del male. Erano venuti per liberarci: questo non potevo capirlo. Mi sottoponevano a dimostrazioni di affetto, a mio parere, eccessive: mi prendevano tra le braccia, mi baciavano la fronte, mi facevano giocare. Ma io non mi divertivo affatto. Mi tremavano sempre le gambe, non parlavo mai e li guardavo paragonandoli all’uomo nero. Forse gli ricordavo parenti bambini che avevano lasciato in America». CONTINUA: «A mettermi terrore, e a scatenare i miei incubi, non erano solamente gli americani, ma gli albini, in particolare un ragazzo sfollato dalla città che la mia famiglia ospitava volentieri. Io a quel tempo vivevo in collina, a Montebello, oggi in provincia di Forlì. Il ragazzo albino, che io chiamavo il ‘Bianco’, veniva da Rimini, anche se a me sembrava un alieno. Il suo aspetto mi faceva venire la pelle d’oca. Era altissimo, sui diciotto anni, e il colore della pelle si poteva paragonare a neve. Era completamente bianco! Le occhiaie erano molto più marcate rispetto alle altre persone, era esile, gracile, scheletrico. I capelli erano di un biondo platino ossigenato. Gli occhi erano immensi, giganteschi; avevano un colore sbiadito, che andava dal grigio all’azzurro, per poi sfumare in un bianco con riflessi rossi. Uno spettacolo. Una combinazione insolita, che a me faceva raccapricciare. Lui non mi dava affetto. Mi risale il ricordo delle corse che facevo per scappare dal ‘Bianco’. Quando vedevo la sua figura venirmi incontro mi mettevo a correre, in preda al panico, attorno alla casa, come se la mia reale battaglia fosse quella. Mi sentivo un soldato che scappava da un nemico pronto a sparargli in testa. La mia adrenalina aumentava e il mio cuore esplodeva. Ma le mie fughe erano inutili, perché in breve tempo, nella direzione opposta al Bianco, mi venivano incontro i Neri. Le mie possibilità di salvezza dimezzavano e mi nascondevo nei cespugli per evitare i due opposti che ai miei occhi erano simbolo di paura. Ogni volta che ripenso a questa storia rido. E tuttora sto ridendo al pensiero di un bambino convinto di essere un soldato spacciato. Se mi sforzo riesco a ricordare anche le voci delle due entità opposte: da un lato calda e profonda (e certe parole non le capivo), dall’altra il Bianco che essendo nato in Italia, l’italiano lo parlava alla perfezione. Ma non parlava molto, era freddo e mi evitava spesso. La sua voce era candida e debole. Non so se definirla ‘triste’, forse lo era, o forse era solamente una mia impressione. Ciò che ti ho raccontato è frutto della mente di un bambino che vedeva la guerra da un punto di vista diverso». Giulia Trombini, classe 3°B

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