Campionato di Giornalismo il Resto del Carlino

Il dovere di ricordare l’Olocausto

IN OCCASIONE della Giornata della Memoria, noi alunni di Alfero abbiamo invitato Miro Flamigni dell’Istituto storico per la storia della Resistenza, per riflettere sul tema della memoria. Perché ricordare lo sterminio del popolo ebraico? A questo proposito abbiamo letto e commentato il primo articolo della legge italiana che ha istituito “Il Giorno della Memoria” in ricordo dello stermino del popolo ebraico e che recita: “La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz,il Giorno della Memoriaal fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonchè coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati” PARTENDO da questa doverosa premessa, abbiamo ricostruito la storia del popolo ebraico ripercorrendo i momenti e i fatti più dolorosi accaduti in Europa. Sin dal Medioevo gli ebrei sono stati vittime di persecuzioni, di violenze inaudite, di pregiudizi e discriminazioni, ritenuti responsabili della morte di Cristo, considerati “il male”. Gli Ebrei erano accusati di tutte le sciagure che si abbattevano sui popoli: malattie, carestie, epidemie, povertà. A partire dal 1933, quando salì al potere Hitler, gli ebrei vennero obbligati a indossare la stella di David per evitare “la contaminazione della razza ariana”. L’idea di una razza superiore, teorizzata e giustificata dal nazismo, portò alle persecuzioni e alla distruzione del popolo ebraico. Gli atteggiamenti antisemiti condussero prima all’isolamento delle comunità ebraiche, costrette a vivere nei ghetti, nei quartieri chiusi e controllati, poi alla loro eliminazione, alla soluzione finale della questione ebraica, all’annientamento degli ebrei nei campi di sterminio, macchine di distruzione e di morte, progettati e organizzati dal regime nazista. Auschwitz era uno dei campi di distruzione in cui si attuò l’annullamento e la demolizione fisica e psicologica delle persone: denudate, spogliate, rasate, marchiate e infine gettate nelle camere a gas e nei forni crematori. Nell’inferno di Auschwitz si moriva per un sì o per un no. I deportati venivano torturati, sottoposti a lavori forzati, allineati per lunghissime ore per l’appello e per le visite mediche, selezionati e poi lasciati al loro destino di morte. Scriveva Primo Levi in “Se questo è un uomo”: “Nulla è più nostro, ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga”. Il viaggio verso i campi di stermino iniziava con l’attesa estenuante degli ebrei nelle stazioni, spinti nei vagoni destinati al trasporto degli animali. GLI SPORTELLI si chiudevano e lentamente il treno iniziava la sua lunga corsa. Dalle feritoie si vedevano sfilare paesaggi e città sconosciute, poi spazi infiniti, lontani, senza nome, privi di ogni familiarità. I treni trasportavano prigionieri provenienti da ogni parte d’Europa e terminavano la loro corsa in un tratto di ferrovia appositamente costruita nel campo di Auschwitz. “Il lavoro rende liberi” era il “benvenuto” che campeggiava nei principali cancelli dei lager, a Dachau come ad Auschwitz. Nei campi le persone ritenute più abili venivano obbligate a lavori pesanti e massacranti, sottoposti a fatiche e a ritmi disumani sotto la sorveglianza spietata dei soldati tedeschi. Dopo ore di lavoro forzato, i detenuti ricevevano come pasto brodaglie amare e un pezzo di pane raffermo. Le epidemie e le malattie erano all’ordine del giorno, scandite da atroci maltrattamenti e da esecuzioni a sorpresa. Nei lager gli uomini, sopraffatti dalla fatica, dalla fame e dal freddo, si rassegnavano alla morte: pochi riuscirono a conservare una piccola scintilla di umanità e di speranza. I lager rendevano gli uomini bestie, schiavi, privi di ogni diritto, esposti a ogni offesa. Dopo la demolizione fisica, i cadaveri venivano accatastati nei forni crematori, poi bruciati. Nei crematori di Auschwitz-Birkenau, in funzione giorno e notte, venivano bruciati 1500 corpi alla volta. Le loro ceneri poi erano utilizzate nella fertilizzazione dei campi oppure gettate nei corsi d’acqua circostanti. Scriveva Primo Levi: “Considerate se questo è un uomo. Che lavora nel fango. Che non conosce pace. Che lotta per mezzo pane”. IL  GENOCIDIO perpetrato dalla Germania nazista e dai suoi alleati nei confronti degli ebrei d’Europa e verso tutte le categorie ritenute ‘indesiderabili’ causò circa 15 milioni di morti in pochi anni, tra cui 5-6 milioni di ebrei, di entrambi i sessi e di tutte le età. Oggi ci soffermiamo su questa data: 27 gennaio 1945. Abbiamo immaginato di salire sul vagone della memoria per capire, comprendere, ponendoci domande sul perché di simili atrocità. Possiamo e dobbiamo partire dall’abbattimento del cancello di Auchtwitz per costruire un mondo migliore, per ricordare ciò che è stato, per non dimenticare lo sterminio, per ricordare chi ha immolato la propria vita per salvarne un’altra; abbiamo il dovere di crescere sapendo di avere delle responsabilità, di essere liberi solo quando rispettiamo gli altri, di poter prendere decisioni in modo consapevole prevedendo le conseguenze di una scelta sbagliata. RACCONTA una sopravvissuta ad Auschwitz: «Quando le truppe sovietiche hanno aperto i cancelli, mi sono trovata davanti a un soldato tedesco, braccato e circondato dai russi. Nel tentativo di fuggire, gli è caduta la pistola e io, finalmente, avevo la possibilità di fargliela pagare, di vendicarmi per l’orrore subito. La tentazione era forte, ma la pistola l’ho lasciata lì perché non volevo abbassarmi alla ferocia dei soldati tedeschi». Questa testimonianza racchiude il senso del nostro viaggio: i germi della violenza si devono riconoscere ed estirpare non con la prevaricazione, con l’odio e il pregiudizio, ma con la tolleranza, il rispetto, il dialogo, l’accoglienza, la disponibilità ad ascoltare l’altro. La scuola ha il compito di educare le nuove generazioni a rispettare chiunque in quanto essere umano. Possiamo non condividere le opinioni degli altri, ma difendere il diritto di poterle esprimere è il principio cardine alla base di una società civile, democratica e libera. Per questo ricordare è doveroso. studenti scuola media di Alfero

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